Curiosità Ippiche

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Curiosità Ippiche

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Fondato nel 1841, sopra il caffè “Cova” e che radunava gran parte della gioventù patriota milanese negli anni di poco precedenti le Cinque giornate. Il circolo è attivo ancora oggi, come a Firenze, Lucca o Venezia. Proprio nel Granducato di Toscana, troviamo nel programma di corse alle “Cascine” del 1840 e del 1841, quindi due anni prima la fondazione del Circolo milanese, la Corsa dell’Unione e questo fatto non dovrebbe sorprendere più di tanto se ricordiamo la celebre risposta che il Granduca Leopoldo II diede all’ambasciatore austriaco che si lamentava che in Toscana la censura non faceva il suo dovere: ma il suo dovere è quello di non farlo!

(. A Firenze d’altronde si correvano le corse più belle ed emozionanti del secolo raggiungendo livelli di denaro mai visti prima nel gioco delle scommesse e durante la riunione autunnale del 1838 troviamo ben tre giornate lavorative di corse, ottima occasione per le relazioni politiche e diplomatiche
Nel 1845 un articolo comparso sul “Corriere delle Dame” non manca di mettere in
evidenza, oltre alla presenza delle maggiori autorità militari e civili, l’entusiasmo degli spettatori
per questo nuovo genere di spettacolo che il governo austriaco favoriva anche per distrarre la
popolazione dalle vicende politiche che in quei giorni iniziavano a creare una certa agitazione.
La società, dopo i moti del 1848, viene rifondata nel 1856 svolgendo la sua attività fino al
1861. In questo periodo le corse a Milano, prima dell’avvento del nuovo Stato Italiano,

avvenivano di regola alla fine dell’estate e si svolgevano nelle brughiere di Garbagnate e Senago e non più in Piazza d’Armi “allo scopo di sottrarsi per quanto fosse possibile alle esigenze militari e politiche di un governo straniero” e l’autore ricorda di aver visto una volta un fantino trasportato dal Piemonte a Senago solo per correre, per poi farlo immediatamente ripartire affinché non fosse arrestato perché renitente alla leva austriaca. Qui, in questa vasta brughiera circondata da colline e montagne le corse ebbero inizialmente un certo successo ma col tempo

l’entusiasmo diminuì complice la distanza e la scarsità dei mezzi di trasporto messi a disposizione per raggiungerle. Nell’ottobre del 1859, per festeggiare la ritrovata libertà dopo la vittoriosa campagna contro gli austriaci la società organizza una riunione che si chiudeva con una prova sugli ostacoli fra i cavalieri delle due nazioni alleate contro l’Austria assumendo, in questo modo, il valore di una competizione internazionale. Una delle ultime riunioni tenutesi a Senago e Garbagnate. Di quello stesso periodo è la notizia anche di una “Società delle Stalle dei Cavalli da Corsa” con sede a Covreno (oggi Copreno), a metà strada tra Milano e Como. Raggiunta l’Unità d’Italia le corse tornano in piazza d’Armi ed è del 1875 la notizia dell’idea di fondare una Società Ippica Nazionale, che abbracci gli interessi ippici non solo della Lombardia ma di tutta Italia , precorritrice di quella che sarà in futuro la S.I.R.E. (Società Incoraggiamento Razze Equine).

Promotori sono il Nobile Marchese
Massimiliano Stampa Soncino ed il Capitano Venini, ma di questo progetto, nonostante le ricerche fatte, non si ha poi più notizia. Frattanto a Firenze nel 1862 aveva preso avvio l’Associazione Ippica Italiana che comprendeva Napoli, Firenze, Bologna, Milano e Torino, unione a cui il decreto del Ministro Cordova del 1862 assegnava un contributo annuo di cinquantamila lire. Nel 1868 si costituisce
la “Società Livornese per le Corse dei Cavalli” e rifondata quella di Palermo, un anno dopo vengono create la “Società delle Corse di Cavalli in Modena” e la “Società Ippica Toscana”. Il 1877 vede poi la costituzione della “Società Ippica Varesina”, nata per iniziativa di un “gruppo di giovanotti che villeggiavano sul Lago di Como, a Villa d’Este, società in ‘miniatura’ che si propone di farne [nda di corse] già quest’anno”, riallacciandosi alla tradizione dell’antica Società di

Lombardia risorta più che venti anni prima (“Gazzetta Ippica Italiana”, 1875) e rifondatasi nel 1880 per organizzare le corse durante i giorni dell’Esposizione Industriale del 1881.
A Varese, per la prima volta in Italia, viene istituito nel recinto dei commissari il luogo delle
scommesse, rappresentato dall’allibratore francese Henri Carra “il quale fece buoni affari,
quantunque la cosa per sé nuovissima lasciasse perplessa la maggioranza degli spettatori”

Una nota interessante: dai documenti raccolti dal Calabrini risulta come la rifondazione della
Società Lombarda per la grande manifestazione del 1881 a Milano sia stata possibile grazie ad un appello a sottoscrivere l’adesione lanciato dal giornale milanese “La Caccia” nel numero del 1° luglio 1880 e non, come comunemente si ritiene dalla neonata Società Ippica Varesina. Inoltre,come si può constatare da questo breve resoconto storico che copre i primi ottant’anni delle corse sportive lungo il frammentato territorio italiano, la disciplina si diffuse in area lombarda ben prima del 1880 (Landoni, 2010), anno che vede la pubblicazione della prima edizione dello stud-book italiano a cura del Ministero dell’Agricoltura, la cui stesura era stata iniziata nel 1873.
“La fiorente Società Ippica Varesina, seguendo il consiglio di molti suoi soci, ha in idea di

prendere l’iniziativa perché l’anno venturo a rendere più brillanti le feste dell’Esposizione, anche a Milano, come in tutte le principali città d’Italia, abbiano luogo delle grandi corse di cavalli. Sarebbe ottima cosa se quelli della Società Varesina – la quale per lustro di nome, mezzi finanziari e per l’intelligenza ed energia di cui dié spesso prova – le organizzassero, sarebbe la migliore garanzia...

Noi desideriamo che le corse si facciano, e mettiamo a disposizione di tutti coloro che dividono il nostro desiderio, le colonne del giornale onde vi si discutano liberamente le loro idee, paghi di aver contribuito non solo al decoro, ma all’interesse della nostra Milano; l’idea è caduta in buon terreno: ci è stato scritto da ogni parte e detto che sarebbe vergogna ove l’Esposizione milanese non avesse ancheil corredo delle corse. La Varesina però (ed avrà le sue buone ragioni) non si è fatta viva, così noi abbiamo diretto da Milano una circolare a tutti gli ‘sportsmen’ in data 10 luglio 1880, ai governanti principali, ai dilettanti, alle autorità, alle persone aventi interesse diretto e indiretto;

inutile torna rammentarne i vantaggi, pur comprendendone le difficoltà, ma sarà certo incoraggiata da immancabile successo, ogni anno in primavera, una riunione di corse. Nel suddetto ufficio di Piazza San Carlo 2 sarà ostensibile lo schema di Statuto modificabile ed ampliabile in una prossima sessione dei Soci Fondatori; pregasi, nella lusinga, di un’adesione anche solo per iscritto. La ‘Caccia’ vuol solo servire di tramite alla costituzione di una Società, è uno sconcio che la città delle grandi iniziative non ne abbia!” (Ivi p. 769, La Caccia, 1880).

Il 1° agosto “Lo Sport” (Ibidem, 1880) comunicava che all’appello avevano aderito più di
quaranta persone. La realtà sulla fondazione della Società Lombarda è quindi molto diversa da
quanto è sempre stato pubblicato: artefice e principale socio promotore, fu un giornale. Il 1°
gennaio 1881, a Roma, il Congresso Ippico Nazionale pubblicò l’elenco dei soci fondatori del
Jockey Club italiano iniziando a regolamentare le corse in modo uniforme e a monitorare lo stato delle piste degli ippodromi.

Nel 1919, sotto la guida di Emilio Turati, la Società Lombarda diventerà la già nominata Società
Incoraggiamento Razze Equine (SIRE) che ricoprirà un ruolo di prima importanza nel periodo tra le due guerre (Landoni, 2010) e a cui si deve la realizzazione dei “moderni” impianti di San Siro. 1.5 San Siro si apre alla modernità (1884-1920)
La grande Esposizione Industriale Nazionale del 1881 rappresenta per Milano il momento per
mettersi in evidenza, su scala internazionale, come la città italiana più avanzata sulla via
dell’industrializzazione e del progresso scientifico.
Milano, Palazzo dei Giureconsulti, “[..] sede della Camera di Comm


La mostra segna la prima affermazione del mito di Milano come città industriale (Decleva, 1980)
e una ricerca di Ilaria Barzaghi (2009) mette in luce come la sua rappresentazione, da parte delle
riviste illustrate dell’epoca, avvenga attraverso immagini pensate ad hoc, svelando stampe
sapientemente rielaborate a volte partendo da una semplice e rudimentale fotografia, dove la
strategia comunicativa è diretta esclusivamente, salvo rare eccezioni, a un pubblico nobileborghese, dettaglio facilmente deducibile dai modi e dal tipo di abbigliamento scelto, e dalla generale mancanza di figure rappresentative dei ceti più popolari.
“Risulta chiaro che l’Esposizione fu un evento in grado di stimolare e coagulare

Inoltre, benché l’Esposizione, la seconda nel giro di pochi anni, debba essere considerata come
un primo tentativo per spronare l’ancora frammentata politica economica del paese verso lo
sviluppo industriale e il sapere scientifico, sembra essere in realtà una grande ‘vetrina’ del piccolo artigianato e della produzione di piccola serie, non essendosi ancora sviluppata né una salda industria del carbone e del ferro, come in Francia, né un’economia fondata sulla produzione di massa delle macchine da usare nelle fabbriche, come in Inghilterra (Quintavalle, 2009). Eppure era assolutamente necessario dare avvio a un processo di confronto con le altre città europee e in questo tentativo “costituiva un elemento frenante l’assenza di un partito della borghesia imprenditoriale, un partito conservatore ma non passatista, capace di difendere le istituzioni nate dalla soluzione moderata del processo risorgimentale, ma aperto alla modernizzazione borghese positivista”

(Barzaghi, 2009, p. 31). D’altra parte, sottolinea Barzaghi, siamo nella fase iniziale del capitalismo editoriale e cosa di più forte ed efficace se non una ricercata e massiccia comunicazione visuale può far presa sulla cultura sociale e le percezioni individuali? In questo modo l’auto-esposizione della classe dirigente, attraverso la scelta solo apparentemente incoerente di schemi estetici del passato che esaltavano il buon ceto sociale, la ricchezza e la raffinatezza degli ambienti e delle buone maniere, era in realtà finalizzata a sottolineare rigidamente le differenze sociali, e ne erano destinatari, oltre che le classi subalterne, la borghesia stessa, dal momento che il suo più grande sforzo era proprio quello di presentarsi come storicamente legittimata a succedere all’aristocrazia (Ibidem). In questo modo l’Esposizione fu uno spettacolo che fissò, anziché mobilizzare, i ruoli sociali, diffondendo regole spesso esclusive e discriminanti, dove quel che vi è di popolare è la partecipazione, così scrivono Linda Aimone e Carlo Olmo (1990), a patto di indagare poi anche le modalità e i ruoli dello stesso intervento popolare (si tratta di spettatori, comparse, attori o tutti e
tre?)
, aggiunge Barzaghi (Aimone, Olmo, 1990; Barzaghi, 2009, p. 26). Compito principale di tuttele Esposizioni di quel periodo storico era quello di “socializzare la modernità”, in quanto
“giganteschi e complessi apparati mass-mediatici, dotati di un gran potere di persuasione e di una grande capacità mitopoietica, in cui aveva un ruolo preminente la comunicazione visuale”
(Barzaghi, 2008, 26), il cui ruolo principale era quello di mostrare “la modernità sociale della vita
urbana, a cui le esposizioni sono organicamente legate” (

Alcuni anni precedenti all’Esposizione, nel 1876, volgeva al culmine la grande lotta per la
sistemazione definitiva del “cavallo per eccellenza” in Italia e “la stampa ippica moltiplicava la sua azione e colpiva in breccia ogni argomentazione contraria” (Calabrini, 1955, p. 627). Già una
ventina d’anni prima, nel ’54, dal Giornale della Società Nazionale delle Corse si poneva il
problema, con toni che sorprendentemente richiamano quelli usati a Palazzo dei Giuriconsulti.

La “Gazzetta Ippica Italiana”, fondata nel 1873 e che in quegli anni aveva dovuto raddoppiare
la sua produzione, scriveva e annunciava: “... non stanco di ripetere: se volete molti e buoni
cavalli promovete e incoraggiate le corse; è un assioma ormai compreso da tutti i Paesi civili del
Mondo, ma in Italia non ha potuto farsi riconoscere sinora. Milano, la città delle grandi iniziative edei fermi propositi è la prima che abbia concepita l’idea di fondare un giornale illustrato per lo sport in Italia .

.., La Gazzetta Ippica Italiana, 1 Gennaio 1876). “La Caccia” iniziò le
sue pubblicazioni il 12 maggio 1876 con due uscite al mese e nel 2° numero uscì un articolo sulla
“questione ippica” in cui ci si chiedeva a chi attribuire la decadenza delle razze italiane. Forse, a
una sbagliata politica dei Depositi Stallonieri Governativi che, invece di valorizzare gli esemplari
presenti nel Regno, preferisce rivolgersi all’estero, a causa anche del forte predominio che sta

esercitando il purosangue inglese, complici le corse? O, più semplicemente, si trattò di un declino da attribuire all’assenza di persone competenti e a irrazionali resistenze e pregiudizi culturali? La questione, che spesso assunse i toni di un botta e risposta tra “La Gazzetta Ippica Italiana” e “Il Zootecnico”, due dei principali giornali del settore, continuò incredibilmente a preoccupare il governo fino al 1932, anno in cui fu istituito, con regio decreto del 24 maggio n. 624, l’UNIRE 59 e che, inaspettatamente, dopo una cinquantina d’anni di “quiete”, col volgere del millennio, si è riproposta prepotentemente, pur con nuove, ma non meno allarmanti, caratteristiche. Vedremo in seguito di cosa tratta questa post-moderna questione ippica, per il momento cerchiamo di comprenderne la natura e l’importanza in quel periodo storico, che costituisce un passaggio fondamentale per provare a capire l’identità genetica dello sport ippico nel contesto nazionale e provare ad avanzare delle ipotesi e delle critiche sul suo attuale sviluppo.

“Le cose ippiche in Italia sventuratamente non sono prese sul serio, il Governo si accorger
Principalmente erano due le tematiche su cui si discuteva, connesse tra loro e che davano origine ad una serie di altri problemi di non minore importanza: lo sviluppo delle razze equine italiane e l’atteggiamento nei confronti del purosangue inglese e delle corse più in generale. Il primo problema sollevava questioni circa l’utilizzo e l’amministrazione dei Depositi Governativi e delle razze che si volevano sviluppare e mantenere, dove e per quali usi. Il tema coinvolgeva direttamente le attività politiche del Governo interessando due Ministeri contemporaneamente, quello della Guerra e quello dell’Agricoltura, e imponeva di prestare attenzione a vari problemi

, a partire da quello economico60, per considerare aspetti riguardanti la loro gestione (se pubblica o privata) e amministrazione (nel 1862 fu cambiato, ad esempio, il personale da militare a civile61); ma anche quali rapporti instaurare con gli allevamenti privati e dove reperire gli stalloni e se mantenere la monta gratuita o passare a quella a pagamento62, etc. Nel 1909 la Società costruirà una pista di allenamento a poca distanza dall’ippodromo, su

un’area appartenente a una fornace del Comune di Trenno (Parini, 2005) e una serie di altre
strutture a supporto dell’attività: le scuderie, un trottatoio coperto di circa 500 metri di lunghezza e uno più piccolo per passeggiare, tondini per la doma, etc. Tutta l’area è soggetta in questo periodo a una radicale trasformazione grazie agli investimenti che vengono principalmente dalla nuova classe imprenditoriale e con il concorso della Società: nascono le Scuderie di Trenno, la Tesio-Incisa, la Forlanini, e ancora la Ramazzotti, la Berlingeri, la Lorenzini, etc.

Gli stili architettonici dominanti sono quelli del cottage inglese o della cascina normanna dove “gli alti tetti spioventi e le camere d'aria ricavate tra le coperture e la soletta del primo piano, la vastità dei fienili costituiscono un'efficace espediente tipologico studiato per consentire la conservazione di una temperatura costante a beneficio dei cavalli” . Il complesso che ospita le vecchie scuderie costruite a quel tempo dalla Società, insieme all’ippodromo del galoppo e alla pista di allenamento di Trenno,sono state vincolate come monumento nazionale nel 2004 dalla Sopraintendenza regionale per i Beni e le Attività Culturali della Lombardia78. Il successo continuo delle corse come fenomeno sportivo e culturale, l’incremento demografico e l’accresciuta mobilità della popolazione grazie alpotenziamento del sistema di trasporti pubblici urbani ed extra-urbani, convincono nel 1911 la Società Lombarda a indire un concorso pubblico internazionale volto ad ampliare e arricchire l’ippodromo allora esistente.

Sarà proprio il sistema del trasporto pubblico e, in particolare, quello dell’industria dei trasporti, il tema dell’Esposizione Internazionale del 1906 di cui una parte si tenne nell’area del nuovo parco Sempione, appositamente piantumato per l’occasione, collegata da un trenino elettrico a quella che era stata allestita nella nuova Piazza d’Armi, a un paio di chilometri di
distanza. Una ruota alata ferrata lanciata verso il traforo del Sempione era il logo realizzato da
Adolfo Hohenstein e scelto per questo evento che, “per ampiezza e dimensioni, è quanto di più
simile a un’esposizione universale che abbia mai avuto luogo in Italia” (Barzaghi, 2008, p. 30).
Il nuovo impianto venne inaugurato nel 1920, ma i lavori cominciarono già nel 1914 e furono
interrotti a causa del primo conflitto mondiale. Il progetto vincitore, degli architetti Paolo Vietti Viori e Arrigo Cantoni, fu ulteriormente modificato per la decisione della Società di ricostruire


completamente l’ippodromo e modificare il tracciato della pista da corsa. Le tribune, costruite in cemento armato80, potevano sopportare carichi maggiori e permettere una maggiore visibilità,utilizzando ballatoi e coperture a sbalzo sopra le gradinate; l’asse principale non fu più orientato in direzione nord-sud, come nel precedente impianto, ma est-ovest in modo che tribune e spettatori potessero trovarsi rivolti a nord eliminando fastidiosi inconvenienti dovuti a situazioni di controluce. La nuova disposizione permetteva anche di trovarsi molto più vicino, quasi comodamente a ridosso, della pista di allenamento e delle sue strutture e potervi così facilmente accedere (Parini, 2005).
“La Società promotrice dell'opera non volle creare edifici completamente isolati in mezzo
Servizi per la toeletta, elettricità, illuminazione notturna delle piste per le corse estive, telefono,
telegrafo, posta pneumatica, macchina coi nastri che regolarizza la partenza, cinematografia al
traguardo che garantisce gli ordini di arrivo, servizi di segnalizzazioni e cronometrici, impianto
idrico, sono le dotazioni tecniche adottate nel 1920 (Ibidem).


Negli anni Cinquanta si aggiunge una seconda pista per l’allenamento, adiacente a quella di
Trenno e nuovi spazi per le scuderie (1950 circa). La pista Maura, che prende il nome dalla cascina proprietaria del terreno su cui è stata costruita, si unisce a quella di Trenno nel punto finale della dirittura che costeggia l’omonimo parco, e fu pensata originariamente per potersi collegarsi essa alla prima in modo da permettere un severissimo training di allenamento su una distanza di oltre 3000 metri. Le tre piste sono tutt’ora ben visibili dall’alto e assumono una caratteristica forma che ricorda una forbice.

Alla fine degli anni Cinquanta il quartiere ippico aveva raggiunto una propria uniforme identità,
sul modello dei più grandi e rinomati centri di allenamento inglesi e francesi, in particolare quelli di Newmarket e Chantilly. Si presentava come un nuovo quartiere nella città di Milano, una vera epropria “città-giardino” (Parini, 2005; Righini, 2009), che prolungava nel tempo quella suggestivaimmagine di una città immersa nel verde che aveva ispirato Hemingway durante una visita al vecchio ippodromo di San Siro

. Il Novecento e la modernità sportiva Agli inizi del Novecento le corse sono un evento sportivo capace di attirare un gran numero di spettatori, quasi un fenomeno di massa e una conferma di questo è la decisione di ampliare il vecchio impianto di San Siro dopo solo dieci anni di attività. In quel periodo in Italia erano attivi 14 ippodromi e altrettante società di corse e il complesso del montepremi raggiungeva il mezzo milione di lire (Gianoli 1991). Ben prima del definitivo sviluppo di molti altri sport che avviene durante i primi vent’anni del secolo, l’ippica è un fenomeno sportivo già ampiamente diffuso sul territorio con i tratti e le caratteristiche che contraddistingueranno lo sport del Novecento come un prodotto della modernità (Porro, 2001). Consolidatesi in ormai quasi due secoli di attività le corse hanno svolto un ruolo importante probabilmente anche nel delineare alcuni aspetti propri delle altre discipline sportive, analogamente a quanto avvenuto con lo stesso termine Derby che si è velocemente diffuso e sta a indicare un evento sportivo particolarmente importante (soprattutto nel
calcio o nella pallacanestro) con la caratteristica principale di mettere a confronto le squadre della stessa città. I collegamenti a quella corsa del 1780 fanno emergere velatamente alcune domande.

Allen Guttmann (1978) individua un percorso composto da alcuni fattori culturali che
caratterizzano le attività e le pratiche sportive che si consolidano in epoca moderna89. Vediamo
cosa succede se applichiamo questa riflessione allo sport ippico nello specifico e tenendo conto
delle sue origini storiche. Il primo passaggio, costituito da un costante processo di secolarizzazione della società, si manifesta simbolicamente anche attraverso il gioco delle scommesse che, come visto precedentemente, era già in voga durante l’Impero romano e a Firenze dove, a partire della prima metà dell’Ottocento, era un fenomeno assai diffuso e raggiungeva volumi di denaro molto elevati: “si giocava accanitamente nei ridotti dei grandi teatri, durante le rappresentazioni, dopo i balli, dovunque” (Gianoli, 1991, p. 353). Questo collegamento diretto con il denaro, pubblicamente ostentato, rappresenta l’essenza stessa dell’indifferenza perché, come scrive Francesco Mora (2010,
, “il fine del denaro non è in se stesso, ma nel suo trasformarsi in altri e differenti valori”
. Alle
corse dei cavalli, a cui veniva facilmente accostata un’idea di passatempo frivolo e pericoloso, tanto da indurre lo Stato Pontificio a proibirle nel 1855, per una decina d’anni, fino al 1864 (Calabrini,1955, Gianoli, 1991), bisogna applicare una particolare interpretazione del suo mondo sociale.
Ripensando alle corse delle bighe romane troviamo i germi di questo fenomeno: un’attività che,
benché ancora fortemente legata alla simbologia sacrale e divina nei confronti della storia e del

destino dell’eroe-imperatore, inizia a definirsi come una competizione altamente strutturata e tecnicizzata, ovvero con un alto livello di specializzazione, che rappresenta il terzo tratto distintivo della modernità sportiva. In questo contesto prevale l’agonismo, forme di tattica e strategia, tecnica nella guida: tutto è finalizzato al raggiungimento della prestazione migliore e al risultato.

Questa alta strutturazione che caratterizza l’evento lo compenetra in ogni sua parte, e si rivolge sia ai corridori che agli spettatori. Emblematico di ciò sono la complessità architettonica e tecnica del circo, le diverse fazioni delle tifoserie organizzate come hooligan contemporanei, il clamore dell’evento capace di coinvolgere, molto prima del suo epilogo, diverse sfere della vita pubblica,oppure il fatto stesso che si tengano, con estrema precisione, le statistiche dei risultati e dei cavalli vincitori, anticipando di quasi un millennio il moderno bookmaker, lo stud-book inglese e l’albo dei risultati.
continua
KRIZ
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Re: Curiosità Ippiche

Messaggio da KRIZ »

Le corse dei cavalli erano un fenomeno già in voga ai tempi della Magna Grecia, e i cavalli
siciliani venivano addirittura portati da Agrigento per andare a correre in Grecia; le ritroviamo
nella civiltà etrusca e infine ebbero particolare rilievo presso i Romani, veri precursori e ispiratori delle corse moderne sviluppatesi poi in Gran Bretagna a partire dal 1700. Alcune curiosità: vasi decorati, oltre alle corone greche, venivano usati dai Romani come premi per le corse e si ritiene che le coppe odierne ne siano una diretta derivazione (Calabrini, 1955); si noti infine, nelle raffigurazioni etrusche, la posizione delle gambe dei cavalieri con le ginocchia che arrivano quasi al garrese. Sono loro i precursori della monta moderna (staffe e redini cortissime) che verrà introdotta alla fine dell’Ottocento dal fantino americano Tod Sloan

(1897) e che diventerà in breve lo stile usato da tutti facendo abbandonare, per gli evidenti vantaggi nel favorire la velocità del cavallo, la classica posizione a staffe lunghe?
Queste origini sono state oggetto di molte ricostruzioni storiche e fanno parte di un complesso
processo di mitopoiesi che ha seguito lo sviluppo delle attività ippiche nel mondo moderno. Per esempio L’Ombrone, giornale della provincia di Grosseto, nel 1874 scrive un lungo articolo
intitolato “Le Corse”, in cui descrive sinteticamente le origini ma anche la situazione delle stesse a quell’epoca
. Alcuni spunti interessanti: in epoca romana le corse, che nella maggior parte dei casivenivano fatte, secondo la tradizione greca, utilizzando delle biga e 6 , si svolgevano dentro lo spazio circoscritto e delimitato dall’arena, per un totale di sette giri7 e adottando ingegnose soluzioni tecniche come ad esempio, le carceres, appositi cancelli posti all’estremità di una delle due curve, separati tra loro con delle barriere e dotati di un sistema a scatto per permettere la partenza simultanea dei carri, oppure, per tener conto dei giri svolti, venivano poste sulla spina, la parte centrale e rialzata del circo, una fila di oggetti visibili anche dal pubblico (delle grosse “uova” di pietra, che venivano cambiati di posizione ad ogni giro (Humphrey, 1986).

L’ippodromo greco e il circo romano sono in un certo modo precursori di quel fenomeno che Risse (1921) definisce tecnicizzazione dello sport che avviene a partire dai primi del Novecento e in cui si afferma la tecnologia impiantistica e il ricorso a strutture appositamente costruite affinché la città incorpori lo sport come luogo di produzione di eventi, di emozioni e di simboli. L’evento sportivo diventa uno spettacolo pubblico e lo stadio, santuario della metropoli avvelenata, “si espande violentando l’ambiente naturale e riproducendo all’infinito spazi sempre più funzionali, specializzati, separati”

(Porro, 2001, p. 31). Il circo Massimo poteva contenere fino a 250.000 spettatori, era lungo 620
metri e largo 1188 e in esso si potevano addirittura svolgere, allagando l’arena con le acque del
Tevere, delle battaglie navali, le naumachiae. Era ubicato, come la maggior parte dei circhi romani, a fianco del palazzo imperiale, in modo che l’imperatore potesse facilmente accedervi, quindi, a differenza degli anfiteatri che erano costruiti al di fuori delle mura o in periferia per facilitare il flusso degli spettatori, la posizione tipica del circo era nel cuore della città.
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Anche Milano aveva il suo circo, uno dei più importanti dell’Impero, della lunghezza di circa 450 metri e che ebbe molta importanza nel periodo in cui Mediolanum9 fu capitale, tra il 286 e 402 (Menotti, 1984)10. Nel NordItalia c’era un altro circo solo ad Aquileia, ed erano simboli di grande potere economico, dal momento che richiedevano ingenti risorse per il loro mantenimento
Le aurigae correvano per diverse fazioni, delle vere e proprie scuderie da corsa per cui lavoravano e che rappresentavano vestendosi di colori diversi: verde, consacrato alla primavera; rosso, devoto a Marte o all’estate; azzurro, in onore del cielo o del mare e dell’autunno. Erano abili professionisti e solamente a loro era permesso condurre i carri nei circhi romani, si trattava generalmente di schiavi, ma potevano essere anche nobili o lo stesso Imperatore, potevano cambiare fazione e venivano considerati i reali vincitori delle gare.

Le fazioni, che al principio erano costituite da gruppi patrocinatori dei vari allevamenti di cavalli, col tempo divennero sempre più importanti fino a diventare delle organizzazioni autosufficienti predisposte in molte città dall’imperatore stesso perché provvedessero ai bisogni delle corse durante i giochi e disponevano, oltre che dei carri e dei cavalli, di un apposito staff di lavoro.
Col passare del tempo divennero talmente importanti da assumere connotazioni politiche e, addirittura, un’importanza religiosa e militare.
Non erano rare le occasioni in cui i tifosi provocavano risse e disordini dal sapore moderno, operando come fossero delle gang di strada che causavano, a volte, delle vere e proprie rivolte cittadine. Famosa è quella di Nika, a Costantinopoli nel 532 d.C., che costò la vita a 30.000 persone e che prese origine dall’arresto di sette tifosi di entrambe le fazioni, che in seguito si coalizzarono contro il fiscalismo e l’autocrazia dell’imperatore dando vita, nella penultima delle ventiquattro gare dell’ippodromo, a una rivolta che durò sei giorni (Ostrogorsky, 1968; Meyer,2007).
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Per questo motivo gli imperatori cercavano di mantenere le fazioni sotto il loro diretto consistente servizio d’ordine, composto dalla militia cittadina che non di rado doveva intervenire per sedare i disordini e controllo con appositi uffici e cariche ufficiali. In quelle città di provincia in cui i giochi erano un evento abbastanza raro, le fazioni venivano costituite dalle personalità locali.
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Al vincitore, oltre che la gloria e la corona di palma, spettava un premio in denaro e le migliori aurigae potevano diventare così ricchi da comprarsi la libertà. Come per i fantini moderni venivano scelti in base al loro peso limitato e potevano cambiare fazione una volta divenuti dei personaggi ricercati per la loro abilità, ma non era una condizione facile da raggiungere, considerata anche la bassa aspettativa di vita di cui godevano.

Durante una corsa i componenti della stessa fazione potevano aiutarsi per provocare danni e incidenti ai carri delle fazioni avversarie, il più delle volte cercando di spingerli contro le spinae.
Gli aurighi romani indossavano un casco e altre protezioni per il corpo, portavano un coltello affinché, in caso di incidente, potessero liberarsi dalle redini che tenevano legate intorno alla vita e che potevano rivelarsi una prigione mortale. Prima della corsa, tra il pubblico passavano, di mano in mano, le libella, ovvero le liste dei cavalli, in cui vi erano scritti i nomi dei conducenti con i colori di appartenenza e si facevano grosse scommesse per ogni fazione. La scommessa tra il pubblico era diffusissima e generava un importante giro d’affari.

Venivano anche tenute delle dettagliate statistiche dei vincitori, dei nomi dei cavalli e delle loro discendenze (Humphrey, 1986;Harris, 1972; Boren, 1992; Jackson, 2000). Molto clamore ha suscitato un recente articolo di Peter Stook (2010), storico dell’università di Chicago, apparso sulla rivista Lapham’s Quarterly e ripreso da molti siti di informazione come The Guardian, Discovery News, Eurosport14, per citarne solo alcuni, in cui sostiene che l’atleta più ricco di tutti i tempi non sarebbe Tiger Woods, il giocatore di golf americano indicato dalla rivista Forbes come il primo ad aver superato nella sua carriera il miliardo di dollari, bensì l’auriga Gaius Appuleius Diocles, che nel II sec. a. C. avrebbe guadagnato in sesterzi quasi l’equivalente di 15 miliardi di dollari e senza l’aiuto di alcun sponsor.

Benché le corse con le bigae fossero tra tutti gli esercizi e i giochi antichi quello più rinomato e che apportava maggior onore, essendo la sua origine direttamente legata alla figura del principe e dell’eroe mitologico che in battaglia combatteva sopra il carro (Rollin, 1826), a volte si disputavano anche le più tradizionali e umili prove dei desultores, cavalieri che montavano senza sella e correvano tenendo dietro, alla briglia, un secondo cavallo su cui saltavano in piena corsa quando il primo era ormai stanco per giungere alla meta.

Abilissimi desultores erano i Numidi e gli Etruschi, ma la corsa semplice a cavallo era meno celebre, riservata tra i giochi della tradizione ellenica al comune cavaliere e quella a piedi al soldato semplice, mentre tutti coloro che si presentavano per lacorsa dei cocchi erano personaggi di rilievo, per ricchezze, per nascita e rango o per professioni. Gli stessi re aspiravano a questa gloria.
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continua.......................
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Re: Curiosità Ippiche

Messaggio da KRIZ »

Alessandro il Grande, interrogato se si sarebbe presentato nei Giochi Olimpici per il premio della corsa rispose di sì a patto di trovarvi dei re come antagonisti, ovvero rivali degni di sé (Ibidem). Lo sport dei re conquistò anche le terre nordiche anglosassoni, ma dal VI secolo, dopo la rivolta di Nika, le corse iniziarono ad avere un certo declino. Il 549 d. C. segna le ultime gare al Circo Massimo, organizzate da Totila, re degli Ostrogoti e re d’Italia dal 541 al 552 (Rossetto, 1993). Nel 2004 si scoprono i resti di un circo di epoca romana a Colchester, città a nord della contea dell’Essex, l’unico mai trovato in Gran Bretagna, con una lunghezza di 450 metri e una capienza di 15.000 spettatori. È uno fra i più grandi, soprattutto in larghezza, dal momento che sono state trovate ben 12 carceres, un numero equivalente a quelle del Circo Massimo (Ashworth, R., Jeory,2005; Ashworth, 2006, 2007).


Il re degli sport: le corse ippiche nel contesto italiano ed europeo
Nell’Ottocento le corse ippiche rappresentano un fenomeno di ampia diffusione in Europa e nel
mondo dominato dall’Europa, tanto da poter essere considerate delle pratiche che oggi
chiameremmo globali.

Per comprendere lo sviluppo dell’ippica nel nostro paese e il ruolo che
hanno ricoperto non solo come fenomeno sociale e culturale, ma anche politico, dobbiamo
concentrarci sul XIX secolo, un testo fondamentale al riguardo è stato scritto dal Marchese Luigi
Andrea Calabrini, “dopo circa un quarto di secolo di studi intensissimi, di ricerche inedite, di fatiche e oneri infiniti”. Questo lavoro è integrato da una successiva e interessante pubblicazione del 1959 con una mole di documenti storici fondamentali, dall’anno 1739 fino alla fondazione del Jockey Club Italiano del 1881 (come regolamenti, bandi delle corse, risultati, nomi dei fantini e scuderie, etc.).
“Forse nessuno pensava oltre un secolo fa che quegli avvenimenti avrebbero suscitato tanto interesse nei posteri. L’opera contiene varie scoperte che mettono ordine nella materia, come ad esempio quella della priorità nella gara tra le principali città della Penisola dell’ordine di anzianità tra le storiche prove, della retrodatazione di interessanti eventi , della disputa regolare di un buon numero di ‘Derbies’ generalmenteignorati e via di seguito;.


Ma l’elemento più significativo che emerge da questo lavoro riguarda la diffusione e il significato che questa peculiare attività ludica ha avuto nel contesto politico e sociale che precede l’Unità d’Italia e la possibilità di elaborare una comprensione maggiore anche su alcuni aspetti che riguardano le specificità sociali della vecchia Europa, in un modo simile a quello svolto da altri lavori di sintesi che si sono concentrati sugli aspetti culturali del cavallo e che sono per la maggior parte di origine anglosassone (Thirsk, 1978)
. Le corse ippiche, già all’inizio del XIX secolo, assumono le caratteristiche di un fenomeno globale (benché a quei tempi non ancora mondiale) cioè di una pratica che connotava la nascente borghesia industriale, con particolare incidenza sul mondo europeo e visibile anche, lungo tutto il territorio italiano, da Nord a Sud, isole comprese. Il mondo dei cavalli è un mondo di eleganza e distinzione (Elias, 1962;
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L’Italia non ancora unita sembra esserlo in un certo modo, sportivamente e culturalmente, anche grazie alle corse dei cavalli, che sollecitavano una presa di coscienza nazionale come si può ben cogliere anche dal mix di provenienze regionali che si verificava durante il loro svolgimento, cosa ancor più sorprendente se osserviamo chi sono i soci che nel 1859 appartengono alla Anonima Società di Corse Fiorentina
.
Viene quindi legittimo domandarsi quanto il “re degli sport” (Ivi, p. 41) possa aver contribuito
allo stesso processo di unità nazionale, come lo sono state in Germania le esibizioni di ginnastica non competitiva che Mosse (1974) ha ritenuto uno dei tre pilasti del processo di nazionalizzazione tedesco (Porro, 2001).
Questo interrogativo non è così inverosimile come potrebbe apparire. Infatti secondo la teoria configurazionale21 di Norbert Elias (Elias e Dunning, 1989), che traccia una periodizzazione dello sviluppo delle attività sportive rispetto a diversi periodi storici e culturali, le corse di questo periodo storico anticipano leggermente il fenomeno sportivo legato alla cosiddetta seconda ondata della sportivizzazione. Questo processo è avvenuto tra il 1880 e 1900, periodo in cui iniziano a prendere forma le prime istituzioni sportive, e per il quale i regolamenti agonistici “costituiscono le prime leggi che trovano applicazione sovranazionale e lo sport diviene progressivamente un idioma globale delle nascenti società di massa” (Porro, 2001, p. 25).
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Il contesto italiano e le particolarità delle vicende storiche di questo periodo permetterebbero
quindi di osservare il fenomeno delle corse ippiche in un modo diverso, ma alquanto pertinente,
come già direttamente legate al secondo periodo indicato dai teorici della configurazione, ovvero
“alle dinamiche di nazionalizzazione e costruzione delle regole politiche del parlamentarismo”. (Ivi,
pp. 24-25).

Tuttavia, per diversi autori, nel processo di sportivizzazione, la diffusione e
formalizzazione dello sport ippico rimanderebbe direttamente al tempo della prima ondata, in cui vengono incorporati i vecchi passatempi aristocratici con un riferimento esplicito “ai progressi del processo di civilizzazione occidentale
Per interpretare meglio il momento della unificazione italiana dobbiamo però prendere una certarincorsa storica, soprattutto per quanto riguarda Milano che nelle attività ippiche con Firenze,Napoli e Torino, rappresenta uno dei maggiori poli di sviluppo.
Il già citato giornale toscano, L’Ombrone, scrive nel 1874:

“[..] e ad Ascott le Corse sono assai più brillanti per l’elegante e numeroso concorso della ricca
aristocrazia che vi assiste e vi prende parte attiva.
In queste corse, popolate da centinaia di migliaia e migliaia di spettatori, si vede riflettere la Società
inglese in tutti i suoi gradini dal più ricco Lord fino ai più abbietti Zingari, pickpokets, la cui esistenza
è un problema anche per i luridi sotterranei di Londra – eppure in mezzo a codesta folla mai succede
un disordine, la legge impera su tutti perfettamente rispettata, ed il semplice e severo cenno di un policeman impone a chiunque, povero o ricco che sia.

Può dirsi che tutta Inghilterra prenda interesse e
parte alle Corse, ed al momento della vittoria 50 o 60 colombi viaggiatori partono per recare la nuova
– 25 uffici telegrafici appositamente istituiti spandono con la rapidità della folgore la notizia in ogni
parte, ed il nome del fortunato vincitore del Derby è conosciuto 10 minuti dopo a Gibilterra, Malta ed Alessandria lo sanno 16 minuti dopo, Suez, Bombay e Calcutta lo sanno dopo 18 minuti. È inutile dire che tutti gli inglesi, non esclusi i fanciulli, fanno le loro scommesse, e che essi tengono tanto all’onore dei propri cavalli come a quello delle loro donne” (L’Ombrone, 1874, p. 2).
Quest’articolo invita a fare brevemente delle riflessioni su alcune questioni. La corsa è un
palcoscenico che si rivolge a tutte le classi sociali mantenendo però ben visibili le differenze di
status.


Come avveniva nella cavea romana, vi sono luoghi il cui accesso è riservato a specifiche
tipologie di spettatori: inizialmente distinti in base al titolo e al sesso e, successivamente, solo in
base alla qualifica: proprietari, allenatori e semplici spettatori anche in epoca contemporanea
mantengono privilegi diversi. I tempi necessari e gli strumenti utilizzati in quel periodo per
diffondere la notizia del risultato sportivo, oltre a incuriosire per le soluzioni adottate, suggeriscono che molto probabilmente non vi erano solo delle esigenze legate alla cronaca ma anche e soprattutto al ruolo e all’importanza che rivestiva il gioco delle scommesse. In effetti, se scommettere coinvolgeva adulti e bambini ai bordi della pista, a maggior ragione è possibile che si estendesse ad altre persone che si trovavano in quel momento in altri luoghi o paesi del Regno e, per questo motivo, era necessario diffondere e comunicare immediatamente il risultato della corsa anche con dei ritardi.

Questo esempio fa emergere la trama essenziale che caratterizza la relazione tra uomo e cavallo: una ricostruzione della storia che poggia su due temporalità diverse e che conferisce all’età moderna uno spazio originale, perché è stato un momento decisivo per l’accelerazione della
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“La tribuna del Campo di Marte in bianco e turchino signoreggiava sul vasto piano ed intorno bandiere nazionali;colà riunivasi quanto di più leggiadro e nobile si ha nelle città italiane: toelette della sarta Roger di Parigi, della casa di mobilità degli uomini e delle idee e perché quei tempi sono gli eredi di quelle relazioni lontane
(Roche, 2007)
.
“Non è un caso se nei duecento anni che intercorrono tra settecento e ottocento i cavalli
mostrano progressi ben più rilevanti di quelli registrati nei millenni precedenti” (Ibidem, p. 456)
come pure non è un caso se, caduto l’Impero romano d’Occidente, le bighe vanno lentamente
scomparendo, portandosi via, oltre al forte simbolismo che rappresentano, i complessi e raffinati
circhi romani che delimitavano lo spazio fisico della corsa. Caduto l’impero rimane solo la gara
riservata ai cavalieri. Ma per tutto il Medioevo, i cavalli, normalmente montati senza sella, come
vuole la tradizione classica, corrono per le strade delle città, a testimonianza di quanto si stiano
radicando nel contesto popolare come nella stessa struttura urbanistica cittadina.

Ad Asti si incomincia a correre il palio27 a partire dal 1100 circa; l’11 giugno 1257, a Padova, il
premio per il vincitore consisteva in dodici tose di drappo scarlatto di 60 soldi, mentre il secondo
riceveva un falcone e il terzo un paio di guanti (Rodocanachi, 1919)28. A Udine dal 1315 si
svolgevano regolarmente, ogni anno, eccetto che nei periodi bui di epidemie, guerre o calamità, dei
palii che Calabrini ritiene siano veramente le prime corse al galoppo svoltesi in Europa (Calabrini,
1955).


A Ferrara nel 1476 si raggiunse la cifra di ben cinquantasette partenti (Ibidem), mentre il
palio più famoso d’Italia, quello di Siena, si corse la prima volta nel 1644 e a Lucca nel 1757. Dal
Veneto alla Toscana, passando per la Sardegna, Napoli, terra di Puglia per arrivare fino alla Sicilia,
troviamo ovunque le stesse manifestazioni. Calabrini riferisce, senza tuttavia specificare la fonte,che nel 1785 anche Milano ebbe il suo palio.


Normalmente le corse erano il momento finale di
importanti eventi che riguardavano l’intera città, come a Siena, secondo alcuni in ricordo della
battaglia di Montaperti del 1260 (Dundes, Falassi, 2005), o a Legnano in commemorazione della
vittoria nella battaglia del 1176 contro il Barbarossa .

Erano un avvenimento fra “lo sportivo e lo
spettacoloso: proprietari i più noti per aristocrazia e censo, cavalli con piume e premi in stoffa per il Principe Francesco Pietrasanta, il Marchese Gian Battista Litta, i Conti Arese, Giberto Borromeo,Alfonso Castiglioni ed altri” (Calabrini, 1955, p. 20).
“La pista veniva preparata di volta in volta dai soldati della guarnigione i quali dovevano colmare le buche con ghiaietta da giardino ed era costituita dallo stradone di Loreto (attuale Corso Buenos
Aires) che allora correva in mezzo alla campagna, limitatamente fra il ‘rondeau’ – aperto in quegli anni – e la Porta Orientale (l’attuale Porta Venezia)” (Ibidem).

Si può dire allora che i palii preannuncino l’arrivo di alternativi sistemi di identità, ovvero quel
“programma di interiorizzazione delle norme e delle obbligazioni sociali attorno al quale si
svilupperà la modernità occidentale” (Porro, 2001, p. 24)? Indubbiamente sono dei potenti
strumenti per l’aggregazione e coesione sociale e per stimolare forme di solidarietà che ruotano
attorno all’identità ben specifica del rione o della contrada, ma allo stesso tempo legano e
uniscono tutti, incluse le fazioni rivali, attingendo alla comune esperienza passata di un evento
storico che è stato cruciale per la città. Forse proprio questa sua natura, questo porsi come un ponte
tra due mondi, tra due diverse sensibilità sociali, fa in modo che oggi li ritroviamo ben consolidati
in molte città, in alcuni casi come delle vere e proprie metafore di vita che permettono differenti
chiavi di lettura oltre a quello folkloristico e spettacolare.

Anche quelli più recenti, sorti negli ultimi
anni, andrebbero considerati non solo come semplici eventi ludici, di richiamo turistico o
commerciale, ma anche, forse, come indicatori di un bisogno sociale diffuso che cerca di ritrovare
forme di vita e di coesione scomparse, o sempre più rare e rarefatte, in un’epoca permeata di
relazioni globali informatizzate. L’overdose d’informazione (da Empoli, 2002) accompagna
paradossalmente un processo in cui, come scrive Maldonado (1997), il sapere individuale tende a impoverirsi e a perdere di influenza, vanno in crisi valori e sicurezze essenziali quali la famiglia,

l’amicizia, l’etica, l’onore e la stessa attività simbolica, aspetto fondamentale della vita sociale al
pari dell’attività produttiva, della coordinazione degli individui o della coercizione stessa
(Thompson, 1998). 1.4 La Società Lombarda, le corse a Milano e il contesto nazionale prima e dopo l’Unità d’Italia
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A partire dal 1800 le corse ippiche, cominciano gradualmente ad allontanarsi dalla
commemorazione folkloristica per diventare, oltre che un momento di spettacolo, un’occasione per la selezione degli esemplari più veloci, nonché un’opportunità per generare uno scambio di
relazioni politiche e sociali e luogo privilegiato per scommettere denaro, secondo il costume
britannico. Nel giro di un’ottantina d’anni assumeranno la forma moderna che conosciamo dando vita, su tutto il territorio della penisola, ad un profondo processo dialettico che vedrà coinvolti tutti gli stati. È proprio Milano la prima città ad avere una prova perfettamente organizzata.

– Avviso del 1800
“Questa corsa venne effettuata per solennizzare la festa del primo giorno del IX anno repubblicano e l’incartamento del Castello Sforzesco contiene anche le disposizioni per la costruzione dei palchi nonché un elenco delle spese effettuate ed un ‘Rapporto Speciale di Delegati’ riguardante l’assegnazione del premio ad uno dei cavalli piazzati”

In questi anni vengono distinte per la prima volta le vie cittadine per categorie: corsi, 1.4 La Società Lombarda, le corse a Milano e il contesto nazionale prima e dopo l’Unità
d’Italia .


Nel Corso troviamo un’idea del muoversi che non significa più solo spostarsi fisicamente, ma
anche mettere in mostra il proprio valore e la propria posizione sociale. Probabilmente poteva
capitare di assistere a una corsa a cavallo tra nobili ricchi in corso Buenos Aires e questo non
stupisce più di tanto, considerato il significato etimologico della parola che, oltre a indicare l’atto del correre, può significare in senso anche:“quell’andare girando e rigirando che fanno le carrozza
e le persone per passatempo o per sollazzo in una o più vie della città, ed altresì il seguito stesso
delle carrozze, che così girano” (1907). Oppure lo Zingarelli (1950), che lo definisce come la:
“strada di città, per la quale un tempo si correva il palio, larga e lunga, dove ora girano le
carrozze, e si passeggia, metteva capo a una porta”. La parola francese trottoir esprime un
collegamento ancora più diretto al cavallo e alla sua andatura, ma viene usata solo a indicare il
marciapiede, quel “chemin surélevé réservé à la circulation des piétons” (Le Robert Micro, 1992)
che in piena epoca moderna separerà completamente il movimento degli esseri umani da quello delle macchine, pur mantenendo tuttavia quella sua caratteristica fretta e facendo “trapelare la percezione della realtà e l’immagine che una cultura offre di sé nel corso del tempo” (Russo, 2009,

p. 123)
. Come avveniva a Firenze, spesso si poteva trovare alla base del programma lo speciale
avvertimento: “il pubblico è pregato al secondo suono del campanello di ritirarsi dal corso”
Il giornale Le Courier de Turin così scrive il 16 agosto 1809, riferendosi ai festeggiamenti dati in
onore del nuovo Governatore Principe Camillo Borghese: “Sarebbe difficile trovare una pista più magnifica. Una grande strada liscia e fiancheggiata da alberi (si rammenti che le strade erano a quell’epoca assai più... naturali e talvolta soffici) sulla quale l’occhio noterà da lontano le diverse probabilità dei corridori: un percorso di un quarto di lega, dai cordoni tirati, presentante da ambedue i lati le fronti più eleganti ed ornato da una quantità di balconi:
alla estremità terminale un palazzo della nobile architettura il lustro del quale sarà posto senza dubbio in rilievo dal lusso dei pubblici funzionari che vi si installeranno”

Troviamo sui documenti di quell’anno, oltre che le indicazioni sul percorso (punto di partenza
Villa Sartirana sul corso di Francia) la nota della provenienza di scuderie da ogni parte d’Italia: da
Milano, Bologna ed altre città. Nel 1810 il Principe Governatore Generale assisté a una corsa dalla tribuna del Palazzo d’Aosta: 23 cavalli che dovevano percorrere una distanza di tremila metri con più di cinquantamila persone lungo il percorso.
In quel periodo in Sicilia si importavano cavalli dall’Inghilterra e troviamo nobili siciliani
seduti tra i Gentiluomini di Camera di Sua Maestà. Fino al 1830 questo periodo è definito come
quello della Restaurazione. Infatti, dopo le grandi guerre napoleoniche che portarono alla divisione dell’Italia in piccoli Stati, alla soppressione dei feudi e a una spossatezza morale generale, si ebbe anche una decadenza e una degenerazione diffusa delle Razze Cavalline Italiane. Nel 1826 a Napoli si disputava regolarmente un Gran Premio realmente internazionale, in cui si segnala la grande scuderia siciliana del Principe di Butera e proprietari esteri.

Firenze seguì sempre con molto
entusiasmo i suoi palii, ma si trattava sempre di ricorrenze per festeggiamenti storici. L’iniziativa
del nuovo sport si deve ai molti inglesi che dimoravano in città per gran parte dell’anno
(Torricelli, 1929), come a Napoli, dove si gareggiava a cavallo per passatempo “essendo in porto
panfili inglesi i cui occupanti rinforzavano l’interesse locale con le loro abitudini di vita” (Ibidem,
p. 35).
Verso il 1830 le corse, da spettacolo di massa organizzate per le strade e le piazze cittadine,
tornano ad essere disputate, secondo l’antica tradizione classica, all’interno di uno spazio
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Le Courier de Turin, n. 105, 2 agosto 1809. Il palazzo a cui si riferisce è Palazzo Madama dove i francesi avevano insediato la Corte d’Appello, unito al Palazzo reale mediante una galleria. Tra i principali giudici sono presenti due appositamente organizzato, l’ippodromo e non più, come già detto più sopra, per il solo divertimento popolare. Il governo austriaco, a partire dal 1828, si preoccupò seriamente del miglioramento della razza provvedendo all’acquisto di stalloni scelti e istituendo nuove apposite stazioni di monta, lo stesso accadeva presso la Corte Borbonica (nel 1831 viene fondato il Deposito degli Stalloni provinciali di Barra), mentre nel Ducato di Lucca, in Piemonte e altre regioni ci si prodigava per migliorare le scuderie con soggetti sempre più veloci. L’invasione del “Pure Sangle Inglese” era oramai irresistibile, “dato che è per correre, che i vari cavalli di ottima origine vengono nella penisola, essendovi direttamente impiegati e creando un indiscutibile movimento di va e vieni”
(Calabrini, 1955, p. 50).

Il primo tracciato di gara di questo tipo a Milano è costituito da una pista ottenuta in Piazza
d’Armi, dietro al Castello Sforzesco dove, a partire dal 1830, le corse verranno organizzate per una decina d’anni da una delle prime, se non la prima, società di corse italiana: la Società Lombarda per le Corse dei Cavalli. L’associazione verrà rifondata più volte durante gli anni, come avveniva comunemente per quasi tutte le società di corse di quel periodo, che erano sostanzialmente delle società private a durata limitata con l’obiettivo di organizzare per un certo periodo di tempo le corse in città, cosa che normalmente era gestita dall’amministrazione cittadina ma secondo il principio ela tradizione della festa popolare.

La costituzione di una società permetteva, invece, la raccolta indipendente delle risorse economiche necessarie e, inoltre, di redigere uno statuto con relativo regolamento che poteva variare da caso a caso e definire differenti tipologie di gare. Costruzione dei palchi, amministrazione delle strade interessate e del traffico, istituzione del servizio d’ordine
(con relative paghe per i soldati) e di intervento sanitario in caso di incidenti, nonché raccolta delle iscrizioni, gestione delle scommesse ed elargizione dei premi, erano tutti oneri a carico della società. Ecco alcune note tratte dai regolamenti (in questo caso quello della Società Lombarda del 1843): i sottoscrittori potevano far correre i propri cavalli senza pagarne l’entrata, purché iscritti dieci giorni prima della chiusura dei registri; si poteva scegliere se sottoscriversi alla società per tutto il tempo della sua durata o anche solo per un anno; le persone straniere per poter iscrivere iproprio cavallo dovevano farlo correre sotto il nome di un sottoscrittore; la Direzione della Società stabilirà le date in cui avranno luogo le corse e ne darà avviso almeno due mesi prima tanto ai Sottoscrittori, che alle altre Società di Corse in Italia. Da queste poche informazioni risulta sicuramente più chiaro il ruolo e le funzioni delle Società di Corsa.

Nel 1834 nasce un’analoga società a Torino: la Società Piemontese per le Corse dei Cavalli, la
prima regolare società di corse italiana, che nel 1854 diventerà Società Nazionale delle Corse
assumendo, come unico scopo, quello di impegnarsi per il miglioramento delle razze italiane; due anni dopo, nel 1837 viene fondata la “Società Anonima Fiorentina”; nel 1842 la Società Romana di Caccia alla Volpe, e nel 1843, 1854 e 1857 quella di Napoli, Pisa e Bologna.
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Re: Curiosità Ippiche

Messaggio da KRIZ »

Il più vecchio dei fondatori della razza, venne catturato nel 1684 sotto le mura di Vienna dal capitano Byerley
che lo cavalcò durante la campagna d’Irlanda, a dimostrazione del fatto che il vecchio cavallo d’arme, pesante e robustissimo, fosse ormai superato anche nel mondo militare occidentale (Gianoli, 1991). Si tenga presente che già dal 1346, durante la battaglia di Crecy, gli inglesi usarono per la prima volta i cannoni (Barrelli, E.; Pennacchietti, S.; Sordi, I., 1987) e che l’adozione delle armi da fuoco imponeva agli eserciti di disporre di una cavalleria molto più veloce di quella tradizionale.

Campione assoluto nella sua epoca, fu il progenitore di una linea maschile di molto successo. Herod (1758), un suo diretto discendente, dal 1763 al 1767 non ebbe rivali negli anni e la sua stirpe trionfò su tutte le piste diInghilterra sino all’inizio del diciannovesimo secolo (Gianoli, 1991).
Da questo stallone deriva la maggior parte dei purosangue inglesi.
Fu scoperto dal console inglese ad Aleppo,nell’Arabia centrale, che lo barattò con un fucile e lo inviò all’età di tre anni, nel 1704, a suo padre, Sir Richard, in Gran Bretagna. Dieci anni dopo, dall’accoppiamento con Betty Leedes nacque un soggetto eccezionale: Flying Childers che la leggenda dice sia stato capace di percorrere un miglio in un minuto.

Quella di Godolphin è una storia avventurosa che merita di essere brevemente raccontata. Offerto, insieme ad altri cavalli di razza al re di Francia, Luigi XV (1715-1774), dal bey di Tunisi, ma furono ricevuti dalle scuderie reali con poca stima e spesso trattati con durezza. Sottoposti ai canoni dell’equitazione classica divennero ben presto ribelli e intrattabili. Vennero pertanto venduti e Godolphin passò in proprietà a un acquaiolo che lo usò per trainare il proprio
carro da lavoro per le strade di Parigi.

Scoperto nel 1730 dal turista inglese Mister Coke, che fu colpito alle spalle dal cavallo di cui il proprietario aveva perso il controllo mentre camminava tranquillamente sul Pont Neuf, lo acquistò per settantacinque franchi e lo portò in Inghilterra. Qui lo vendette a un appassionato di cavalli da corsa Mister Williams, proprietario di una scuderia e della taverna Saint James. Ma a causa del suo carattere intrattabile Scham (questo era il nome che gli aveva dato Mister Coke) fu rivenduto per venticinque ghinee a Lord Godolphin che lo portò nel suo allevamento con l’ingrato compito di fare “l’esploratore”, ovvero di indagare se le cavalle erano pronte e disposte a ricevere lo stallone Hobglobin.

La leggenda racconta che continuò in questa attività per un certo periodo di tempo fino al giorno in cui, invaghitosi della cavalla araba Roxana, affrontò in un duello mortale lo stallone Hobglobin, uccidendolo. Dall’unione con Roxana nacque Lath, uno dei migliori cavalli dell’epoca e altri numerosi campioni. Morì nel 1753, all’età di ventinove anni e la sua storia fu raccontata dalla pittrice Rosa Bonheur (Boston Evening Transcript, 1896; Gianoli, 1991; Lo Sportsman, 1961, citato in Vergani, 1965).

Secondo questo studioso in Italia avrebbe addirittura ritardato di almeno due secoli l’ottenimento di modelli di utilità pratica che gli allevatori avrebbero potuto ottenere da questo tipo di cavallo. Si veda al riguardo il capitolo I, inparticolare la questione ippica e la relativa polemica sull’effettiva utilità del purosangue inglese in Italia. Non è certo per un caso se questo autore ha scritto un libro dal titolo Tipologia del cavallo da corsa e non tipologia del purosangue
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Re: Curiosità Ippiche

Messaggio da KRIZ »

Costituita nel 1881 la Società Fondiaria Milanese, soggetto creato ad hoc dal Banco di Credito Italiano, presenta in quello stesso anno un progetto di lottizzazione dell’area che va dal Castello all’Arco della Pace per la costruzione di nuovi quartieri residenziali. Il piano non riuscì ad essererealizzato, grazie all’intervento della giunta comunale dell’epoca che acquistò l’area e vi realizzòpiù tardi l’attuale parco Sempione.

Malgrado questo inizio incoraggiante, che indica la presenza diuna componente politica tecnicamente responsabile a un coerente e razionale sviluppo urbanistico della città e che porterà alla realizzazione del Piano Regolatore Beruto nel 1884, il regime immobiliare milanese si dimostrerà più forte di qualunque politica fondiaria ed edilizia del Comune,
riuscendo a piegarlo sempre alle esigenze dei suoi interessi privati (Boatti, 2007). La bocciatura del Piano Regolatore nel 1886 da parte del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici a Roma e il
conseguente riinvio a Milano per una nuova stesura, mette ben in evidenza questa forza crescente del neonato regime immobiliare milanese “che si dimostra in grado di ‘suggerire’ al ministro il dafarsi, condizionando le scelte riguardanti lo sviluppo del territorio e di piegarle a favore dei propri interessi” (Ivi, p. 33).

Nel 1882 la Società si incarica della demolizione del Lazzaretto e dell’edificazione del nuovo quartiere, costituito principalmente da strutture abitative di basso profilo e ricavando un utile netto di almeno cinque volte superiore al capitale investito, “un primo esempio di dinamica speculativa di iniziativa privata, che traeva origine dall’aumento del territorio milanese e del suo valore fondiario dopo l’annessione nel 1872 al Comune dei Corpi Santi (la cintura
suburbana intorno alle mura della città)” (Muzio, 2007, p. 1).
.
Intuito probabilmente il destino che avrebbe avuto la vecchia Piazza d’Armi, dove si svolsero le
ultime corse proprio in occasione dell’Esposizione Industriale Nazionale, ma ormai
irrimediabilmente divisa in due parti con l’acquisto demaniale del 1884, la Società Lombarda per le Corse dei Cavalli prese in affitto e poi acquistò una superficie di 210 mila metri quadrati su
terreni della Cascina Brusada73, a nord-ovest della città, in zona San Siro, vicino all’attuale
piazzale Lotto, dove è visibile ancora oggi una parte, in rovina e completamente sommersa dalla
vegetazione in via Mancini, una traversa di via Caprilli. Fu il primo passo per la costruzione di un
grande impianto di piste da corsa e di allenamento che potessero sostituire gli scomodi ippodromi
fuori città di Casbeno, in provincia di Varese e Senago-Garbagnate (Righini, 2005; Mori, 2009).

Quattro anni dopo, nel 1888, venne inaugurato il primo ippodromo di Milano, su un progetto
dell’architetto Giulio Valerio che fece uso di strutture e materiali semplici ed economici e il cui asse
principale (nord-sud, oggi da piazzale Lotto a piazzale Brescia) seguiva l’attuale strada di
circonvallazione, e dove fu poi deviato il fiume Olona, canalizzato agli inizi del XX secolo (Parini,
2005; Righini, 2009)75. In quel periodo San Siro era ancora un borgo in piena campagna,
caratteristico per le coltivazioni di “boiocchi”, una specie di rapa bianca, e per questo motivo i suoi
abitanti venivano chiamati “boioccat” (Bianchi, 2006).

Il territorio si presentava prospero e
rigoglioso per l’abbondante presenza di acqua che veniva gestita efficacemente attraverso una
sofisticata rete di fontanili, oggi completamente scomparsa. Restano alcuni canali ancora attivi nei
dintorni del Boscoincittà e nell’area del parco delle Cave, dove tra l’altro è ancora presente
probabilmente l’ultima marcita perfettamente funzionante nell’area urbana milanese. Questi pochi
canali sono l’ultima testimonianza di quel passato in cui le risorse idriche, in particolare quelle delle
acque sorgive, erano uno dei simboli della città
.
Quello tra le due guerre è uno dei momenti più importanti per l’ippica che proprio allora si
afferma in Italia come un fenomeno sportivo di massa e ben consolidato. Nel 1927 le giornate di
corsa arrivarono a toccare quota 220 per poi subire un notevole ridimensionamento a causa della
crisi economica del ’29 che fece registrare un forte calo nel volume di gioco legato alle scommesse ma non di pubblico che, al contrario, continuava ad essere in costante aumento. Il 1932 riproponecirca 100 giornate di corse al galoppo con un montepremi complessivo di 12 milioni di lire99 (D’Eboli, 2011; Felici, 2011).

Nel 1926 Apelle, di Federico Tesio, corse il Grand Prix di Paris, a Longchamp e, pur finendo non piazzato, fu acquistato per finire la sua carriera in Inghilterra e in Francia. Ma la prima partecipazione a questa prestigiosa prova internazionale risale al 1863 con Monsignor Nardoni, un puledro della scuderia reale di Vittorio Emanuele II. Nel 1937 Donatello II,migliorò la prestazione del ’26 del compagno di scuderia arrivando secondo e l’anno successivo Nearco si afferma come miglior cavallo europeo battendo i più forti cavalli d’Europa tra i quali quello vincitore del Derby francese e inglese e portando l’Italia, già affermatasi con le vittorie di Ortello101 (1929) e Crapom102 (1933) nel premio dell’Arc de Triomphe, a primeggiare tra le due grandi potenze industriali, proprio una settimana dopo aver conquistato anche il Campionato mondiale di calcio e qualche anno prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale.

I successi di questo periodo accompagnano e seguono anche profondi processi di trasformazione del territorio urbano milanese. Nel 1912 viene ridisegnato completamente il sistema ferroviario con il piano Pavia-Mesero in cui la nuova cintura prende la forma di una C rovesciata e la Centrale da stazione di transito diventa stazione di testa. In questo periodo affluiscono 560 mila nuovi abitanti che fanno raggiungere alla città una densità di 250 ab./ha e per i quali non è stata adottata nessuna
strategia politica in grado di provvedere, con un sistema abitativo pubblico, alle esigenze di questa
nuove popolazione.
Il nuovo piano regolatore, scrive Boatti (2007), è caratterizzato da
un’abbondanza di terreni cui viene assicurata l’edificabilità, soprattutto a Est e a Ovest della città,
garantendo libero gioco al regime immobiliare che realizza un’insalata di edifici a destinazione
industriale e residenziale e in cui prevale un’assoluta mancanza di spazi verdi

.Per quanto riguarda le aree intorno a San Siro al nuovo ippodromo del galoppo viene affiancato nel 1925 quello dedicato al trotto, disciplina emergente e in crescente affermazione tra l’opinione
pubblica, che aveva raggiunto ottimi risultati in campo internazionale già alla fine dell’Ottocento
e che trova in questi anni un importante sostegno da parte del regime fascista. Landoni (2010) ha
ben descritto gli intricati e complessi rapporti che sussisstono tra il mondo ippico e quello politico
durante questo periodo storico e dalla sua analisi emergono validi spunti per comprendere l’origine
di una crisi del sistema che attualmente ha raggiunto un livello di malessere cronico quasi
irreversibile. Il movimento trottoir degli anni Venti è caratterizzato da un assetto organizzativo
rustico, provinciale e sostanzialmente informale, strettamente riconducibile al mondo
dell’agricoltura “e soprattutto della provincia, dei piccoli centri rurali, assai distanti dalla vivacità,
dalla frenesia ed anche dai valori e dalle consuetudini politico-culturali delle metropoli e, più in
generale, della civiltà urbana” (ivi, p. 89)
. È questa una vocazione vincente, che fa guadagnare al
movimento e alla disciplina in sé, le simpatie del Duce, considerato anche il fatto che la passione
per questo tipo di cavallo è riconducibile a una sorta di ribellione contro la dominazione inglese e ripropone quel sentimento che aveva caratterizzato polemicamente la questione ippica di fine
Ottocento sul ruolo e l’efficacia del purosangue inglese nella selezione delle razze italiane. Alla luce di queste considerazioni sono ben comprensibili le ragioni che vedono spesso formarsi in quegli anni una serie di attriti e polemiche tra il mondo del trotto e quello del galoppo, essendo
quest’ultimo portatore dei valori aristocratici e delle pratiche culturali della nobiltà di fine
Ottocento e, più in generale, della classe dominante che ad essa va a sostituirsi nel processo di affermazione del progresso industriale moderno. Un contrasto che è, ancora oggi, ben visibile nelle forme di una reciproca diffidenza. Qualche anno prima, nel 1923, viene inaugurato a Monza l’ippodromo di Mirabello, un anno dopo l’inaugurazione dell’autodromo e cinque anni prima di quella dell’importante campo da golf.

L’impianto di Monza rappresenta il primo “significativo
risultato della strategia monumentale” del governo Mussolini nel quadro di una politica sportiva e
propagandistica in grado di esprimere anche plasticamente la grandezza e il prestigio dell’Italia
fascista (ibidem).

È questo il carattere politico e propagandistico che assume “il Trotto”, giornale per
l’incoraggiamento delle corse al trotto e dell’allevamento ippico italiano che, benché all’inizio fosse
contrario alla costruzione dell’autodromo si dimostrerà poco dopo, proprio a seguito della
decisione presa dalla SIRE di costruire il nuovo impianto vicino a quello del galoppo, del tutto
favorevole, abbandonando anche la polemica nei confronti dell’aristocratico galoppo che ne aveva
caratterizzato i toni degli anni precedenti.

La SIAS (Società Incremento Automobilistico e Sport),
società fondata dall’Automobile Club di Milano che prese in carica l’opera di costruzione e gestione dell’impianto automobilistico a Monza, ha nel suo stesso nome un forte richiamo ai termini che vengono utilizzate nel settore ippico. Questo fatto porta a pensare a due cose: quanto il mondo delle corse ippiche possa aver influenzato gli altri sport e, allo stesso tempo, quanto forte fosse il
processo di omologazione sportivo avviato dal regime fascista che però, nel settore ippico, non riuscì mai appieno ad attuarne i suoi propositi.
Le divisioni interne del settore ma, soprattutto, le sue particolarità e tradizioni culturali, lo
salvarono dall’assoggettamento che il regime applicò a tutti gli altri sport, preservandone
l’immagine anche all’estero, se è vero che la vittoria della Nazionale ai mondiali di calcio nel 1938 fu accompagnata da una selva di fischi, mentre quella di Nearco a Parigi da un’ovazione generale (Cotronei, 1938).

L’impossibilità da parte del regime di ottenere una fascistizzazione completa del settore ippico che andasse oltre la forzata italianizzazione negli enti, dei giornali e dei termini della cultura ippica è resa evidente dal fatto di essere riuscito a porre sotto il controllo del CONI solo alcune discipline sportive equestri di rilevanza minore, come il salto ostacoli e altre che riguardano l’equitazione più in generale, confermando questo sport come particolare, e non irrilevante sul piano istituzionale, rispetto a qualunque altro. Ma anche in una chiave di lettura prettamente culturale, quanto accaduto in Francia nel ’38 è sintomatico della diversa considerazione che lo sport ippico è sempre, potenzialmente, in grado di ottenere da parte del proprio pubblico, capace di mettere da parte le “vicende umane”, anche se di eccezionale gravità, di fronteall’impegno e al vigore del campione. In questo senso vi è una distanza abissale rispetto aqualunque altra manifestazione sportiva dove, possiamo dire, l’eccezione conferma la regola.
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Re: Curiosità Ippiche

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Il 1926, un anno dopo la costruzione del nuovo impianto del trotto, viene inaugurato lo stadio di calcio, che verrà ampliato per ben tre volte nel corso degli anni 1939, 1955, 1990. Nel 1930 vedono la fondazione il Centro Ippico Lombardo116 e il Centro Sportivo Lido vicino a piazzale Lotto.Inoltre, il vasto parco di Trenno, costruito nel 1971 a nord di via Novara e confinante con la pista di allenamento di Trenno117, il nuovo Palasport (1976), a cui succede la tensostruttura provvisoria
originariamente chiamata Pala Trussardi nel quartiere di Lampugnano, consolidano in modo
definitivo la vocazione sportiva di questa zona di Milano.

Dal 1931 e il 1933 alcune tra le principali società di corse iniziano a mutare la loro ragione
sociale, da società anonime fondiarie a società anonime industriali120 in modo da ottenere migliori
finanziamenti dagli istituti di credito e permettere ai soci la cessione delle azioni. La SIRE e la
Società Romana per le Corse di Cavalli ebbero il sostegno dalla società anonima Trenno di Milano
e da quella di Capannelle.
Il Regio Decreto del 1932, n. 624 istituisce l’UNIRE (Unione Nazionale
Incremento Razze Equine) l’ente a cui, sotto il diretto controllo del Ministero dell’Agricoltura,
vengono dati i compiti di, rispettivamente, riorganizzare la preoccupante situazione e il complesso
problema dei depositi stallonieri governativi e “uniformare tutte le manifestazioni ippiche del
Regno attraverso le grandi Società ippiche: Jockey Club, Società degli Steeple-Chases, Unione
Ippica Italiana per le corse al trotto e Società per il Cavallo Italiano da Sella” (Felici, 2011b).
Sostenitore iniziale dell’ente fu lo stesso Federico Tesio, benché dopo la guerra scrisse: “Il fisco è
un male necessario. L’Unire è un male non necessario” (Tesio, 1884b, p. 117), a denunciarne il
fallimento esplicito nel raggiungimento dei suoi principali obiettivi e la completa inutilità, nonché il fatto che fosse una fonte di uno spreco economico non irrilevante per l’intero sistema ippico nazionale. Quello stesso anno, l’art. 2 della legge conosciuta come Orsi-Mangelli123 del 1942, autorizzava (e autorizza tutt’oggi) l’Unire all’esercizio di “totalizzatori e scommesse a libro per le corse dei cavalli, tanto sugli ippodromi quanto fuori di essi [...]” (legge 24 marzo 1942).

Se il 1938
fu l’anno d’oro per l’ippica italiana che con la vittoria di Nearco raggiunse forse il punto più alto
della sua storia, scrive Landoni, paradossalmente, a dispetto dei successi sportivi, dalla fine del 1936 incomincia la sua parabola involutiva, responsabili i settori più oltranzisti del regime che, oltre
a non averne compreso le specificità, mostrarono sempre uno scarsissimo interesse tecnico,
ritenendola al pari di tutte le altre discipline sportive spettacolari, un mero veicolo di propaganda da
strumentalizzare, sfruttare “e quindi dismettere, come accadeva con i grandi campioni ciclicamente
rimpiazzati da nuovi volti emergenti” (ivi, p. 173) .

Di fronte alla constatazione dell’impossibilità di realizzare una sua fascistizzazione pervasiva e
completa, il 1° ottobre 1942 viene ordinata, insieme all’abolizione del gioco delle scommesse, la
sospensione delle attività negli ippodromi (Monticelli, 1942). Incompatibile con i valori e i
capisaldi del regime, questa data segna il definitivo abbandono dell’ippica al suo destino che viene
presa in mano dai suoi personaggi di più alto livello e spessore tecnico.
Tesio, Orsi Mangelli,
Crespi, De Montel: i loro successi in campo nazionale e soprattutto internazionale, proprio durante
gli anni del Fascismo, sanciscono definitivamente l’incapacità di coordinamento del regime in
questo settore. Fu proprio Tesio, figura atipica del tradizionale circuito ippico, a trovare la soluzione
barattando con i tedeschi cavalli di prestigio in cambio della ripresa delle corse soprattutto negli
ippodromi di Milano e Varese e ottenendo la promessa che non si sarebbero fatte razzie di uomini
all' interno dell' ippodromo:

San Siro si popolò di gente alla macchia
. Federico Tesio era un imprenditore, nel vero senso della parola, un figlio adottivo di quella
Milano che si era proposta, con la Esposizione Industriale del 1888, come capitale morale d’Italia e
città del lavoro. Come un altro grande personaggio del Novecento sportivo italiano si era fatto da
solo. Nel 1920 Enzo Ferrari, di una trentina d’anni più giovane, iniziava a correre con l’Alfa
Romeo, che a quei tempi era un club per gentleman driver (Biagi, 2001). Per Tesio, scrive il Valora
(1997), vincere corse non era un fine, ma un mezzo per arrivarci. Il vero fine era vendere la gran
parte dei suoi cavalli, una volta portati al successo, in modo da ricavare dei prezzi soddisfacenti
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Re: Curiosità Ippiche

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La sua leggendaria rivalità con il Conte Giuseppe De Montel, giubba nera con cuciture bianche, è il simbolo di un’Italia che sta radicalmente cambiando. Dal prato del “popolo” alla “tribuna C” dei piccoli borghesi si tifava per Tesio “il mago”, scrive Fossati (2005). Le giubbe, che rappresentavano valori, modi e stili di vita diversi, erano le bandiere di uno sport dove, “a diversità del calcio, ivincitori, nell’ora del successo, perdonavano, elargivano amnistie” (Fossati, 1997, p. 256).

Nel 1947, tre anni dopo la morte del conte De Montel, Tenerani vince in Inghilterra la Queen
Elizabeth Stakes e la Goodwood Cup, e nel 1952 da quel cavallo, unitosi con Romanella, nacque
Ribot127, vincitore di due Prix de l’Arc de Triomphe consecutivi, nel’55 e nel ’56, il cavallo del
secolo, come viene comunemente ricordato (Castelli, 1981).
Dal ’46 la quota di prelievo dello Stato sulle scommesse era stata ridotta dal 43 al 15% (Felici,
2011c), intervento che favorì il rilancio del settore. Nel ‘48, scrive D’eboli (2011), si disputavano in
Italia 4.143 corse per 1500 giornate, vengono introdotti il Totocalcio (1946) e il TOTIP
(1948), i concorsi a pronostici sul calcio e le corse dei cavalli gestiti dalla SISAL
.
Anche sul versante del trotto gli anni Cinquanta sono ricchi di successi, in particolare con
Tornese che ebbe una lunga carriera di vittorie fino al 1962
132. Ma è con Ribot, simbolo della disordinata rinascita italiana del dopoguerra (Gianoli, 1991), che il tifo per la prima volta contagia l’intera nazione e non più solo gli appassionati. Gli ippodromi incominciano a trasformarsi da
luoghi di socialità delle “buone maniere” (Elias, Dunning, 1986) a luoghi di socialità di massa in cui
si ripropongono paradigmi di comportamento e stili di vita distintivi (Porro, 2001) anche in un’
accezione negativa.


Di Ribot si è scritto e detto tanto, ma un racconto probabilmente poco conosciuto è quello che riporta Fossati
(1997) riferitogli dall’Avvocato Paolo Mezzanotte, che alla fine della guerra era responsabile della commissione che doveva vigilare e autorizzare l’esportazione dei purosangue. “Il mercato era chiuso, nel senso che un grande cavallo non poteva essere esportato se non dopo un determinato periodo di monta, come stallone, in Italia. Tesio mi chiese un favore: voleva vendere al più presto e agli inglesi Tenerani (che non gli era simpatico). Io bocciai la richiesta.
L’indomani incontrai Tesio, che ostentatamente non rispose al mio saluto. Accadde a distanza di giorni che Tesio mi incrociasse nuovamente. Sei un ragazzaccio, Paolo, un autentico ragazzaccio, sbottò. Tesio destinò infine Romanella (che pure gli dava sul nervo) a Tenerani. E nacque Ribot. Non oso affermare che, per dispetto, Tesio abbia accoppiato quei due. Dico solo che il genio (e Tesio genio lo era) a volte ha bisogno di una provocazione [...]” (ivi, p. 281).
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Re: Curiosità Ippiche

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Nel 1950 gli ippodromi in attività sono 41: 17 al nord, 13 al centro e 11 al sud (Felici, 2011c).
Il gioco, ideato da Massimo della Pergola, Fabio Jegher e Geo Molo, fondatori della Sisal, assume questo nome nel 1948 col suo passaggio ai Monopoli di Stato (fonte: Wikipedia).

Nel 1955, agli esordi della televisione pubblica italiana, Lascia o Raddoppia (1955) è in grado
di far diventare i suoi concorrenti eroi e protagonisti del costume nazionale. Ebbe così successo che nel 1956 ispirò un film interpretato da Totò in cui vi è, non casualmente, un rimando diretto al mondo dell’ippica di quegli anni. Sono gli anni in cui si cerca in tutti i modi di recuperare terreno sulla diffusa povertà provocata dalla guerra, ma sono anche gli anni in cui cessa definitivamente il traffico di merci lungo la Martesana, e la definitiva scomparsa dell’acqua dalle vie della città per lasciare posto alle automobili; prende il via ufficiale la costruzione della prima linea della metropolitana; muore a Monza Alberto Ascari; si inaugura il secondo anello dello stadio di San Siro
e l’Italia entra a far parte dell’ONU (Colussi, 2011).


Gli anni Sessanta e Settanta confermano in parte i precedenti successi ma comincia
concretamente a prendere forma quella parabola involutiva di cui il settore ippico italiano soffriva
come un male congenito del suo sistema organizzativo e che inizia a manifestarsi proprio durante
l’ultima metà di quel ventennio. Ai successi di
Crevalcore (1960)
, Molvedo (1961)
, Prince Royal (1964)
, Cogne (1967 e 1969)
, Ortis (1971)
, Grundy (1975)

e di fantini come Lester
Piggot o Gianfranco Dettori che animavano gli ippodromi italiani, corrisponde un futuro di pari
difficoltà. All’espansione del calcio e all’interesse televisivo per altri sport si aggiungevano una diffusa e sempre minore credibilità di un settore che veniva a trovarsi sempre più spesso isolato
all’interno del violento panorama sociale italiano di quei tempi.

La fine degli anni ’70 segnano
l’inizio di un generale impoverimento sia da un punto di vista tecnico che culturale. Al
deterioramento del parco fattrici (molte – scrive Gianoli (1991) – “mandate al macello non appena
giudicate vuote, le migliori vendute all’estero al miglior offerente”) e di quello stalloniero, si unisce
un altrettanto e ben più grave problema di tipo culturale “per l’infiltrazione nell’ambiente di clan
mafiosi e truffaldini” (ivi, p. 437). A partire dai primi anni Ottanta, in un contesto caratterizzato da
una crescita dei costi per il mantenimento maggiore che in Gran Bretagna e dove, rispetto a
quest’ultima si soffre per l’insufficienza di piste e centri di allenamento in rapporto al numero di
cavalli (ibidem), si verifica un graduale allontanamento del pubblico dagli ippodromi, pur
registrando un incremento sul fronte del gioco.

La vendita di gran parte della razza DormelloOlgiata al potente sceicco Al Maktoum, la scomparsa della scuderia Razza del Soldo dei fratelli Crespi144 nel ’72 e la decisione dell’allenatore Luca Cumani (1946) di trasferirsi in Inghilterra nel 1975, sono sintomi di un momento non facile, come sono anticipatori funesti della profonda crisi
che investirà tutto il settore negli anni a venire, i rapimenti a scopo di estorsione del trottatore
Wayne Eden a Montecatini (1975) e della purosangue Carnauba a San Siro (1976); quello di
Maria Sacco (1978) che, insieme a Tiziana Sozzi è stata una delle prime donne fantino italiane;
l’assassinio dell’avvocato Vittorio di Capua (1977), consigliere delegato della Trenno e gli
intrecci tra brigatisti e delinquenza comune nel taglieggiare le agenzia ippiche per finanziare la
strategia terroristica di quegli anni. Su un tale e fertile terreno non può non mettere radici,
nell’immaginario comune, un’idea di ippica che perdura fino ai nostri giorni: l’equazione
irriducibile tra scommesse e cavalli, corse clandestine e doping.

Proprio durante i primi anni
Ottanta, dopo il culmine della diffusione di sostanze dopanti tra gli atleti alle Olimpiadi del 1976 a Montreal, viene applicato un regolamento antidoping anche nelle corse ippiche e, malgrado le vittorie a Milano di Sirlad (1977), le due consecutive di Le Moss in Inghilterra (1980 e 1981)
e quelle a Parigi di Toni Bin (1988) e Carroll’s House (1989) le presenze negli ippodromi sono in
calo costante: in dieci anni si passa da una media di 3800 paganti a 2600 circa. Le trasmissioni
televisive, attraverso i canali monotematici, invece di attrarre pubblico lo allontanano, proprio per il fatto di poter assistere contemporaneamente, e in diretta, a tutte le corse da qualunque punto vendita o agenzia ippica, presente sul territorio nazionale. Questa situazione viene confermata dai dati sul movimento gioco e scommesse del 1990
.
Nel 1990 tutta l’area comprendente ippodromo, piste di allenamento, i parchi urbani Trenno,
Boscoincittà e parco delle Cave e i campi agricoli che vanno da San Siro a Trenno e Figino, è stata
inserita all'interno dei confini e sotto la giurisdizione del Parco Agricolo Sud Milano. L’anno
della quattordicesima edizione del campionato del mondo di calcio è preceduto da un radicale
cambiamento del quartiere: vengono acquistate gran parte delle vecchie scuderie tra Lampugnano e Trenno (comprese quelle celebri di Tesio e De Montel) e si edificano imponenti palazzi residenziali e quartieri di lusso. L’ampliamento dello stadio Meazza, avvenuto proprio in occasione dei mondiali di calcio, rappresenta un simbolico punto di arrivo che conferma il definitivo
cambiamento della cultura sportiva milanese e nazionale (Righini, 2009). Da questo momento in
poi il quartiere dei cavalli si nasconde, dietro le sue mura, al resto della città
L’attuale settore ippico nazionale è caratterizzato dalla presenza di un considerevole e variegato
numero di organismi pubblici ed associazioni private che è necessario brevemente introdurre e
presentate.


• Tra le istituzioni pubbliche quella più rilevante per importanza è, senza alcun dubbio, il già
citato ente UNIRE (Unione Nazionale Incremento Razze Equine), fondato con regio decreto il 24
maggio 1932 e sotto il diretto controllo del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e
Forestali. Incaricato dell’organizzazione di tutto il comparto ippico nazionale in ogni sua
manifestazione, spaziando dal settore dell’allevamento a quello delle corse, ha anche il compito
di raccogliere gli introiti ricavati dal gioco e ridistribuire le risorse economiche all’interno del
settore. Di sua competenza sono, ad esempio, lo stanziamento del montepremi annuale, il
pagamento dei premi e i finanziamenti previsti per le società di corse che gestiscono gli ippodromi
nazionali.
La sua costituzione, che si inquadra all’interno del complessivo processo di
razionalizzazione che prese origine negli anni Trenta per contrastare la grave crisi economica
internazionale159 (Lombardo, 2002), nasce dalle ceneri di un precedente organismo: l’Unione
Nazionale del Cavallo da Corsa, istituito un anno prima, nel 1931. Allora le principali funzioni
assegnate all’UNIRE erano, oltre alla promozione e alla tutela dell’allevamento, quello di
coordinare l’attività svolta dai quattro enti tecnici all’interno del circuito ippico nazionale,
diventandone il principale punto di riferimento.
Gli vennero assegnati i compiti di garantire sul fronte della giustizia sportiva e, soprattutto, quello di esercitare un’efficace azione di sintesi e di
analisi delle istanze e delle proposte che venivano presentate da tutte le categorie del settore, nel
pieno rispetto del suo statuto. La sua creazione, da un punto di vista storico, andava a intaccare
particolarmente il potere costituito in Italia dalla SIRE che aveva portato il programma di corse a
livelli molto alti, fino a raggiungere, nel 1932 a Milano, le cento giornate di corse al galoppo e un
montepremi di circa dodici milioni che, complessivamente, superava quello complessivo di tutte
le altre società di corse presenti allora in Italia (Ibidem).
Agli inizi degli anni Trenta, Milano era la
capitale dell’ippica italiana, ma sulla necessità di creare un ente pubblico centrale, che potesse
coordinare l’intero comparto ippico nazionale, vi era un accordo generale e largamente condiviso
tra gli addetti del settore, benché vi fossero delle forti resistenze e perplessità non solo da parte
della SIRE, ma soprattutto anche da parte di un altro importante organismo statale:
il CONI
.L’UNIRE non ebbe, quindi, una vita particolarmente facile e inizialmente fu fortemente contrastata
anche dalle altre organizzazioni ippiche nazionali che vedevano in lei un forte pericolo di
concorrenza e di antagonismo istituzionale, operativamente non riuscì a risolvere alcuni problemi
di fondo critici per tutto il sistema ippico italiano
. La riorganizzazione del comparto non era una
cosa semplice, ulteriormente complicata dalle sue intrinseche specificità e dalla presenza di
posizioni contrapposte, privilegi e sperequazioni delle risorse, che si sommavano ad altre
problematiche come, ad esempio, l’annosa questione sul sistema di allevamento nazionale che si
protraeva ormai dall’inizio del secolo. La produzione dell’allevamento nazionale era carente,
assolutamente non competitiva rispetto a quella straniera e particolarmente debole riguardo al
fabbisogno di cavalli (sia purosangue che mezzosangue) adatti per le diverse discipline sportive
-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
.
L’UNIRE nasce come un ente morale e, nel corso della sua attività, si succedono riforme e
decreti legislativi che ne modificano più volte le funzioni e le competenze. L’ennesima riforma
del 2003 assegna all’ente il controllo dell’attività delle agenzie ippiche e viene inserito all’interno
del Comitato Generale dei Giochi, istituito in quello stesso anno presso l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato (AAMS) e che collabora direttamente con il Ministero delle
Finanze
.
luglio 2011 l’UNIRE diventa ASSI (Agenzia per lo
Sviluppo del Settore Ippico). Il ministro delle Politiche Agricole e Forestali dichiara in un
comunicato stampa che “la perdurante crisi dell'ippica ha imposto una riforma forte dei meccanismi
relativi al finanziamento del settore e del suo funzionamento. L'UNIRE cambia nome ma
soprattutto la propria filosofia e l'azione di sviluppo per tutto il settore" (Ministero delle Politiche
Agricole Forestali, Comunicato stampa, 30giugno 2011). Alla base di questa riforma strutturale
vi è l’esigenza non più rimandabile di risanare un debito di circa 83 milioni di euro a fine 2009 e la consapevolezza di un’organizzazione e di un sistema politico che manda avanti una gestione

inefficiente di tutto il settore con sprechi eccessivi delle risorse economiche. Le sempre più dure
critiche da parte sia dei lavoratori delle categorie di settore che da parte della stampa, il costante calo di presenze negli ippodromi e delle scommesse ippiche e la grave crisi economica
internazionale non lasciano più spazio all’indifferenza. Il testo delle Disposizioni urgenti per la
manovra finanziaria, che il Consiglio dei Ministri ha licenziato e trasmesso al Quirinale a luglio del 2011, indica i nuovi compiti dell’Agenzia:
- promuovere l'incremento ed il miglioramento delle razze equine;
- gestire i libri genealogici;

rivedere la programmazione delle corse e dei programmi di allevamento;
- affidare il servizio di diffusione delle riprese televisive delle corse;
- valutare le strutture degli ippodromi e degli impianti di allevamento e allenamento.
La disposizione prevede che all’Agenzia non venga più affidata la gestione economica del
settore: non decide più né riguardo al finanziamento degli ippodromi, né rispetto alla
programmazione tecnica ed economica delle corse. La linea strategica del Ministero delle Politiche
Agricole e Forestali, che resta diretto supervisore dell’attività dell’Agenzia, è che quest’ultima
dovrebbe in futuro ricoprire solo un ruolo promozionale dell’ippica e ricevere un contributo
economico fisso da parte dell’AAMS
.
• Il CONI, come è stato spiegato nel primo capitolo, durante il periodo fascista fu estromesso
da qualunque ruolo o gestione organizzativa e finanziaria del comparto ippico nazionale. Ha però
mantenuto sotto il suo controllo le attività del più generale settore dell’equitazione, come il salto
ostacoli, il dressage, il polo e altri nuovi sport equestri, gestisce e amministra inoltre
l’organizzazione di tutti i corsi di equitazione presenti sul territorio nazionale ed è direttamente
responsabile nella preparazione di cavalieri e istruttori. Il suo strumento operativo principale è la Federazione Italiana degli Sports Equestri (FISE), che riceve un contributo annuale da parte del
Ministero delle Finanze e che abitualmente chiude il bilancio annuale in attività

. Cavallo Italiano); il JOCKEY CLUB (Ente Nazionale per le Corse in Piano) e la società di
STEEPLE-CHASES (Ente Nazionale per le Corse Ostacoli)182. Con decreto legislativo, il 29
ottobre 1999, i quattro enti vengono incorporati nell’UNIRE e, a decorrere dal 1° gennaio 2000,
subentra nella gestione di tutte le relative funzioni con la conseguente successione di tutti i rapporti
attivi e passivi (Corte dei conti, Determinazione n.81/2002).
• Il mondo privato delle ASSOCIAZIONI di categoria è vario, spesso complesso e in alcuni
casi è caratterizzato dalla presenza di uguali associazioni che ricoprono la stessa funzione (ad
esempio nel settore del galoppo esistono due associazioni allenatori), un evidente sintomo di
contrasti e di divisioni interne.
Ippodromi e società di corse

- FEDERIPPODROMI: organizzazione associativa delle società di corse che gestiscono
gli ippodromi italiani, fondata nel 1946 come Associazione Nazionale Società di
Corse rappresenta, a dicembre del 2010, 13 ippodromi
.
- COORDINAMENTO IPPODROMI: con sede a Roma, si costituisce nel 2011, in
opposizione a Federippodromi e raccoglierebbe, insieme agli otto ippodromi dell’UNI
(Unione Nazionale Ippodromi) e ai tre della società Trenno un numero di 24 ippodromi
ad essa affiliati
- FASGI: Federazione delle Associazioni Sportive dei Giudici Ippici, rappresenta:
- AHTG: Associazione Handicappers e Tecnici Galoppo; ANCFCG: Associazione Nazionale Commissari e Funzionari
Corse Galoppo;
- ANFCAT: Associazione Nazionale Funzionari Corse al Trotto;
- UIGCC: Unione Italiana Giudici Corse Cavalli.
- EARS: European Association Racing School
. ANVU: Associazione Nazionale Veterinari UNIRE.
Settore Galoppo:
- UNAG: Unione Nazionale Allenatori Galoppo
.
- ANACG: Associazione Nazionale Allenatori Cavalli Galoppo
.
- ASSOGALOPPO: Associazione Imprenditori Ippici
.
- AGRI: Associazione Gentleman Riders d’Italia
.
- ANF: Associazione Nazionale Fantini.
- UIF: Unione Nazionale Fantini.
- UNPCPS: Unione Nazionale Proprietari Cavalli Purosangue
.
- CIAG: a ottobre 2011 i rappresentanti delle categorie di proprietari, allenatori e fantini
si sono costituiti in Consulta Italiana Area Galoppo, un organismo federativo del
comparto in grado di poterlo rappresentare ai tavoli istituzionali per lo studio dei
problemi strutturali del settore
.
Settore Trotto:
- ANAGT: Associazione Nazionale Allenatori Guidatori Trotto.
- UNAGT: Unione Nazionale Allenatori Guidatori Trotto.
- APIGT: Associazone Proprietari Italiani Guidatori Trotto.
- Dal 2010 le tre associazioni sopra citate convergono tutte in AGIT: Allenatori Guidatori
Trotto Italiani
.
- UNPT: Unione Proprietari Trotto
. - FIPT: Federazione Italiana Proprietari Trotto.
Comparto allevamento
- ANAC: Associazione Nazionale Allevatori Cavalli Purosangue
.
- ANACT: Associazione Nazionale Allevatori Cavallo Trottatore

- AIA: Associazione Italiana Allevatori
.
Sindacati
- CGIL, CISL e UIL, Settore Poligrafici e Spettacolo: rappresentano i dipendenti delle
società di corse, nonché gli artieri di scuderia nei rispettivi contratti collettivi nazionali
di lavoro.
- SNAPT: Sindacato Nazionale Allevatori Proprietari Trotto
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KRIZ
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Re: Curiosità Ippiche

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Tra ippica e televisione, scrive Giuseppe Berti (2002), non c’è mai stato un feeling
particolarmente coinvolgente, soprattutto in Italia. Negli anni Cinquanta e Sessanta le corse trovano
spazio sulla radio pubblica e, saltuariamente, in televisione soprattutto con le due Lotterie
Nazionali, quella di Napoli e Merano, i due Derby del trotto e del galoppo e qualche Gran Premio classico. Negli anni ottanta, con la nascita del pool sportivo della RAI, c’è stata una pianificazione annuale dei grandi eventi ippici che proponeva una ventina di telecronache dirette, la diffusione delle Corse Tris in Sport Sera e nel TG3 Sport e una serie di servizi documentari in Dribbling,
Sportsette, e la Domenica Sportiva. Ogni venerdì sera, tra il 1982 e il 1983, andava in onda la
trasmissione Tuttocavalli che anticipava gli eventi sportivi che si sarebbero svolti alla domenica. In Radiorai invece, già dal 1975, ci sono rubriche esclusivamente dedicate al settore

: come Domenica
Sport che trasmetteva spezzoni di radiocronache dei principali Gran Premi svoltisi nei giorni festivi.
A partire dal 1985, in collaborazione col sindacato delle agenzie ippiche, nasce il primo canale
monotematico privato riservato alle corse dei cavalli, ma con esplicite motivazioni di mercato legate
al gioco e dove la finalità ultima non è mai stato lo spettacolo, bensì la diffusione di tutte le corse all’interno delle agenzie di scommesse, una rete esterna dell’UNIRE. Vengono così rilevate le strutture e le frequenze di Tele Elefante e a Porcari, in provincia di Lucca, e si costruisce un
moderno centro di produzione. Il CRAI (Consorzio Reti Agenzie Ippiche), che nel 1996 ottiene
dall’UNIRE un riconoscimento per il servizio che presta con una quota sul movimento esterno delle scommesse del 0,20%, opera su tutte le agenzie ippiche ad esso associate trasmettendo, con segnalecriptato, le immagini provenienti dagli ippodromi, facendole arrivare, nel 1998, in 328 sale corse
italiane, con un volume complessivo di gioco annuale pari a circa 4.500 miliardi di euro (fonte: Il
Tirreno, 1998). Un’altra tv tematica nasce nel 1997: è SISAL-Tv, creata per essere utilizzata
esclusivamente nella catena di agenzie Match Point (circa 14.000 punti vendita interamente dedicati
ai giochi).

Dal 1998 SNAI-Sat è il primo ed unico canale ippico italiano a diffusione nazionale e
oggi opera, con una modalità part time, sul canale satellitare di UNIRE-Sat235. Il gestore unico e
concessionario esclusivo del segnale televisivo è l’UNIRE, canale 220 su Sky237. Nel 2009 il giornalista dell’ente, Giuseppe Moscuzza, presenta il progetto che si propone di rendere interattivo
il canale televisivo, in modo da permettere agli spettatori la scelta delle corse e delle connesse
specialità, senza più dover attendere l’evolversi del palinsesto che passa, con intermittenza, a
seguire corse di trotto e di galoppo in contesti sia nazionali che internazionali. Una programmazione
che, oltre a generare molta confusione, è stancante da seguire e poco attraente (Cavallo2000,
gennaio 2009). Ma il progetto non viene realizzato e l’ente, nell’ambito degli interventi di
potenziamento dell’offerta televisiva e al fine di favorire lo sviluppo del gioco tramite le
piattaforme online, nell’estate del 2011 rende disponibile attraverso la rete, in modalità streaming,
gratuitamente per gli operatori autorizzati all’accettazione del gioco, gli eventi trasmessi dai canali
UNIRE Blu, Verde e Grigio238 (Agicos, 2 luglio 2011). L’offerta televisiva dell’UNIRE è quindi
sottoposta a molte critiche: il servizio, rivolto esclusivamente a un pubblico di nicchia, non è in
grado di attrarre nuovi appassionati, ha una programmazione poco strutturata che segue per la
maggior parte del temp il susseguirsi delle corse quotidiane, riproponendo lo stesso format delle
agenzie di scommesse, e con risultati molto lontani rispetto alle esperienze di altri paesi europei. In
particolare viene criticato, oltre al costante alternarsi di corse tra una disciplina e l’altra (galoppo e trotto), lo standard delle riprese poco spettacolari





, la prevalenza di corse trasmesse in differita che riduce in modo determinante l’indice di attrattività dell’evento, la mancanza di rubriche e
approfondimenti sul settore. In Gran Bretagna, ad esempio, il settore, pur rivolgendosi sempre a un pubblico ristretto, rispetto alle grandi audience registrate da altri sport come calcio o
automobilismo, viene trasmesso quotidianamente, oltre che via satellite da due canali tematici (At The Races e Racing UK241) , in chiaro da BBC e Channel Four (con circa l’80% della copertura) e Multi-Channel, per un totale di 2.400 ore nel 2005 (Deloitte, giugno 2006). Se si fa un confronto tra la programmazione e la qualità dei servizi offerti dall’UNIRE e un
secondo canale satellitare italiano, “Class Horse TV”, nato nel 2010 e che abbraccia a 360° il
mondo dell’equitazione in tutte le sue specialità (con spazi anche per galoppo e trotto), la differenza risulta decisamente evidente.

Approfondimenti, rubriche tematiche, documentari, un palinsesto di programmazione fruibile anche online, tutto è rivolto alla valorizzazione del cavallo, alla ricerca di nuovi appassionati e a stimolare la curiosità e la volontà di approfondire un aspetto culturale, prima che sportivo. Esattamente l’opposto di quanto fa pensare appena si accede al canale 220 dell’UNIRE, dove il rimando costante alla scommessa e al gioco, tra il susseguirsi frenetico di quotazioni e corse, rappresenta un cavallo senza valore e importanza che, oltre a suscitare una certa tristezza, può dar luogo purtroppo, anche a sentimenti di profonda indignazione. Non deve sorprendere quindi se persistono, nell’immaginario comune, quel “ventaglio di pregiudizi che ancora albergano in presunti puristi delle aree sportive” (Berti, 2002, p. 122) e che vedono nell’ippica tutto tranne che uno sport. Per questo motivo il rilancio del tipo di comunicazione che deve caratterizzare il format televisivo del settore è un aspetto cruciale. L’ippica è, in Italia, l’unica disciplina sportiva a possedere una propria tv, con una spesa per la gestione del segnale televisivo
pari a circa il 6,5% del bilancio complessivo dell’UNIRE (Acciai, 2010) ma con un’audience in
calo quanto lo sono le stesse scommesse

.
Da un punto di vista tecnico, le specificità dell’evento-corsa sono alla base dello scarso interesse
dimostrato dal settore della televisione pubblica: troppo costoso l’impiego di mezzi e di reti in orari discontinui rispetto a un evento finale della durata effettiva di pochi minuti, in un contesto
televisivo sportivo articolato da discipline che coprono più ore di trasmissione (Berti, 2002;
Deloitte, giugno 2006). Ma queste stesse criticità possono essere anche il punto di forza per rendere l’offerta (tele)visiva uno spettacolo che può differenziarsi in modo sostanziale dalla
rappresentazione mediatica della maggior parte degli altri eventi sportivi. La corsa è il momento
clou di una riunione che dura tutto un pomeriggio ed è il finale di un lungo lavoro di preparazione quotidiano. L’evento non si esaurisce, come si tende a ritenere e a mostrare, nelle immagini provenienti dagli ippodromi, bensì si costruisce nel tempo, quotidianamente, lungo un percorso e con una dialettica sconosciuta dal pubblico televisivo.

Le stesse informazioni che si adottano per quotare le possibilità di vittoria di un cavallo (precedenti corse vinte, peso assegnato, prestazioni in allenamento, attitudini, etc.) possono essere oggetto di un interesse, rappresentato e spiegato visivamente e contribuire alla creazione di un’originale puzzle mediatico specifico di questo settore sportivo. Il canale della comunicazione online è quello che senza dubbio più si presta a rappresentare efficacemente queste multiple dimensioni che compongono la vita e la carriera agonistica del cavallo atleta, in particolare quello da corsa. Una visita al sito statunitense HRTV247 riesce a far comprendere intuitivamente le potenzialità comunicative che possono avere per un network online la relativa brevità dell’evento all’interno di un contesto multifunzionale ed estremamente variegato quale quello legato al cavallo che si presta ad approfondimenti di
qualunque tipo. La possibilità di accedere come spettatore lampo attraverso lo schermo di un
cellulare e poter dedicare solo due minuti di attenzione, è un valore aggiunto non solo per il mondo delle scommesse.

I maggiori ippodromi statunitensi sono in contatto costante con gli operatori del gioco e trasmettono informazioni e quotazioni a telefoni e computer dei propri clienti. La crisi generale che affligge il settore un po’ ovunque, a causa del dilagare dei giochi online e dell’interesse della televisione per nuovi format di intrattenimento, spinge il Jochey Club statunitense a promuovere una serie di iniziative incentrate sullo sviluppo della comunicazione per mezzo delle nuove tecnologie interattive: come, ad esempio, incentivare una diffusione qualitativamente alta delle corse con piattaforme online, curare la realizzazione delle riunioni e sviluppare le tecnologie di comunicazione ad esse connesse, promuovere la creazione di social games (come quello realizzato da Horce Racing Simulation LLC249) e di innovative piattaforme per le scommesse online. Seguendo queste linee e con la sottoscrizione del Jockey Club, la NBC sta organizzando per il 2012 il primo Reality Show legato al mondo delle corse, con un investimento di circa 10 milioni di dollari previsti, in cinque anni di attività (Hegarty, Racing Daily Form, 14 agosto 2011). Anche in Italia si cerca di rilanciare l’interesse coinvolgendo una maggiore presenza dei media, ma in un modo molto più limitato: al momento è allo studio la possibilità di spot promozionali da mandare in onda sui canali nazionali “in chiaro” (Michelucci, Gioco News, luglio 2011)
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Re: Curiosità Ippiche

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Il Purosangue Inglese

Fin dall’antichità, si è parlato di cavallo “purosangue”, intendendo con questo termine i soggetti in cui erano esaltate le qualità migliori della specie equina.
Il termine purosangue è in stretto rapporto con il cavallo arabo, infatti i primi nobili destrieri della storia furono proprio soggetti orientali. In altre parole, si tendeva a considerare cavalli purosangue solo quelli con la più alta percentuale di sangue orientale.
In Arabia l’allevamento equino conobbe grande sviluppo soltanto dopo l’avvento di Maometto,
che valutava la cavalleria un elemento militare essenziale.

La tradizione vuole che il profeta stabilì per primo i criteri di selezione e di miglioramento della razza, narrando di cento giumente tenute per tre giorni appositamente senza bere, di cui solo cinque, liberate verso il fiume, al suono della carica delle trombe, tornarono dal loro padrone e non si dissetarono. Maometto le benedisse ed esse diventarono “le cinque del profeta di Allah”, (Abbayah, Saqlawiyah, Kokailah, Hamdaniyah, e Habdah), da cui discendono tutti i purosangue arabi, e di conseguenza, tutti i purosangue.

La razza araba pura era chiamata Kochlani, discendente dalle cinque giumente di Maometto; di questa esisteva una varietà detta Muniqi, con maggior tendenza al dolicomorfismo e per questo motivo utilizzata per le corse nel deserto organizzate dai capi delle tribù beduine.
Il primo movimento della nuova razza avvenne dall’Africa alla Sicilia nel IX-X sec. d.C., quando l’isola passò sotto il dominio dell’Emiro di Palermo; successivamente la conquista araba si estese al continente (Calabria, Puglia, Campania), poi si aggiunse l’espansione nella penisola iberica.

Sono diverse le testimonianze storiche relative all’utilizzo del cavallo nelle civiltà antiche:
raffigurazioni, sculture equestri, dipinti ed infine antiche scritture. Un esempio fra tutti è
rappresentato dalla civiltà greca, che, verso il 400 a.C., diede origine al primo manuale di istruzioniper il cavaliere: l’Equitazione di Senofonte, indicando quanto il cavallo fosse importante nella società. Infatti, la pratica dell’ippica si sviluppò presso i Greci che, grandi cultori dell’esercizio sportivo, ne fecero uno dei capisaldi dell’educazione dei giovani.

I primi ippodromi furono costruiti circa 2600 anni fa in Olimpia; dieci giudici presiedevano alle corse ippiche ed i fantini montavano senza sella né staffe, usando soltanto un panno avvolto al torace dell’equino.
I Greci trasmisero ai Romani la passione per l’ippica e questi ultimi furono i primi a distinguere morfologicamente le varie tipologie di cavalli ed a dare disposizioni affinché la riproduzione avvenisse per tipi affini, così da produrre equini adatti a diverse esigenze: cavalli da guerra, da parata, da diporto, da lavoro e da corsa.

La passione dei romani per le corse crebbe in modo esponenziale, anche a causa della loro passione per le scommesse; gli imperatori istituirono numerose gare e cominciarono l’importazione di cavalli più adatti alle corse dalla Tunisia e dall’Egitto, detti Berberi, cioè provenienti dalla Barbaria

Sappiamo che il mondo delle corse, tra il XII e il XV sec. in Italia, era molto vivo, tanto che il
“cavallo italiano” acquistò fama anche all’estero. Molti stranieri, Inglesi e Russi, vennero ad
acquistare numerosi capi specie nel “Napolitano”, dove erano alcuni dei migliori cavalli e cavalieri.
Nel XV sec. la razza mantovana dei Gonzaga era considerata di massimo pregio e una cronaca dell’epoca narra “la aveva illustrata con stalloni Napolitani, Siciliani, Turchi e Berberi ”. Stimati erano anche i cavalli friulani, toscani (siriani allevati dai Medici), del ferrarese, del parmense, tanto che un autore del 1600 annovera in Italia non meno di quattrocento “razze”, considerate le migliori del mondo.


Il paese che può vantare la tradizione più rinomata nell’allevamento del purosangue è sicuramente l’Inghilterra; gli allevatori inglesi tentarono di intervenire nel meccanismo della riproduzione, per ottenere i soggetti più adatti alle loro esigenze contingenti, raggiungendo ottimi risultati. In questo paese l’approdo di cavalli di sangue orientale è stato continuo, grazie agli scambi con mercanti fenici o cartaginesi, iberici o belgi ed alle invasioni dei Romani, che già allevavano cavalli da corsa assai veloci, utilizzandoli nell’esercito e negli spettacoli circensi. Le Crociate, inoltre, diedero l’occasione ai cavalieri europei di apprezzare i cavalli orientali, tanto che diversi esemplari furono importati in Europa: nel 1121 in Inghilterra sbarcarono i primi due stalloni arabi.

Molti regnanti inglesi furono investiti dalla passione per i cavalli da corsa. Riccardo Cuor di Leone istituì sulla piana di Epsom gare di velocità a premi per cavalli importati dall’Oriente.
Enrico VIII fu molto appassionato di corse, e a lui va il merito di aver permesso lo sviluppo
dell’allevamento del cavallo con la promulgazione di alcuni editti, e con l’aumento degli studs esistenti, quali centri di raccolta ed allevamento.
Esiste una lettera datata 1533 di Baldassarre Castiglione, autore del “Cortigiano”, nella quale consigliava al suo signore Federico II, duca di Mantova, di inviare ad Enrico VIII, per accattivarsene le simpatie, due regali che sarebbero stati molto graditi: un quadro di Raffaello ed alcune fattrici del suo allevamento di cavalli da Palio; Enrico VIII ringraziò in latino per “illo equorum genere”.

Lo stesso Re acquistò da Francesco I Gonzaga (1541), Vicere di Sicilia e Marchese di Mantova, alcuni “corsieri di gran razza”; ebbe in dono da Carlo V venticinque cavalli importati di direttamente dal Nord Africa, e da Caterina di Savoia alcune fattrici berbere del suo allevamento di cavalli da corsa; altri esemplari furono acquistati a prezzi esorbitanti nel napoletano e in Turchia.
Elisabetta I fece redigere una relazione dettagliata sulla situazione degli studs reali da Prospero d’Osma, considerato uno dei maggiori intenditori di cavalli ed ottimo cavaliere.

Durante il regno di Giacomo I, George Villiers fu nominato gran maestro dei cavalli ed ottenne la facoltà di intervenire negli studs reali, acquistando riproduttori durante viaggi in Spagna e in Tunisia, con il preciso scopo di ottenere animali più leggeri e veloci rispetto alle razze pesanti presenti in Inghilterra, derivanti dai cavalli da torneo e da giostra.
Giacomo I, inoltre, fornì la piana di Newmarket di scuderie nel 1605, e proprio in quelle pianure si sviluppò l’arte dell’allenamento del cavallo da corsa. Le corse venivano disputate attraverso la campagna (Cross-Country), su percorsi costellati di ostacoli con arrivo al campanile (Steeple-Chase) delle cittadine dove venivano organizzate.

Infine, egli, il 3 marzo 1617, in occasione di una corsa di velocità pura a Lincoln, consigliò che
l’anello della pista, lungo un quarto di miglio, venisse cintato perché le persone stessero
ordinatamente fuori dai limiti e meglio potessero seguire lo svolgimento della corsa stessa: nacque così il primo ippodromo.
Anche grazie al figlio di Giacomo I, Carlo I, Newmarket conobbe la celebrità e vide accorrere alle sue pianure diversi cortigiani, nobili e diplomatici amanti dei cavalli e delle corse. Le importazioni di cavalli orientali ebbero un incremento maggiore durante il regno di Carlo I (1625-1649), quindi l’allevamento del purosangue si sviluppò notevolmente. Recatosi personalmente in oriente operò gli acquisti degli stalloni The Hemsley Turk e Fairfax’s Morocco.

Ma quando Oliver Cromwell fece condannare Carlo I e divenne dittatore dell’Inghilterra, emanò un decreto con il quale proibì le corse dei cavalli, ritenendole un passatempo frivolo per i suoi compatrioti. Come immediata conseguenza si ebbe la dispersione di tutti gli stalloni reali, che fortunatamente vennero acquistati da alcuni appassionati; ma successivamente nel 1657 lo stesso Cromwell fece importare da Costantinopoli qualche cavallo orientale.

Anche Carlo II (1660-1685) permise lo sviluppo dell’ippica, stabilendo di effettuare riunioni
regolari in cui riunì i diversi centri di allevamento, le condizioni di corsa, i pesi per età ed i
sovraccarichi.

Il sovrano nominò Gran Maestro degli allevamenti reali James D’Arcy con il compito di
riacquistare fattrici discendenti di quelle che erano state svendute da Cromwell; inoltre al Maestro sono legate le importazioni di stalloni turchi famosi come D’Arcy’s White Turk e D’Arcy’s
Le corse regolari iniziarono nel 1671, sotto la guida del conte di Craven, che organizzò presso la piana di Newmarket tre convegni all’anno (due in aprile ed uno in ottobre, per maschi e femmine di sei anni); queste riunioni progressivamente aumentarono, e nel 1770 fu creato l’Houghton Meeting, cioè la riunione di chiusura di fine ottobre. Durante questo periodo furono scelte le Royal Mares, le fattrici reali, che incrociate con i riproduttori orientali hanno dato origine ad importanti purosangue selezionati.

Successivamente, durante il regno di Guglielmo d’Orange (1689-1702) venne creato lo Stud-Book (libro dell’allevamento) ed avvenne l’importazione di Byerley Turk, il primo dei tre stalloni orientali alla base della selezione del purosangue inglese. Lo Stud-Book venne aggiornato di anno in anno, conteneva la data di nascita, il mantello, le particolarità, gli accoppiamenti, le date di importazione ed esportazione e quella della morte, di ciascun soggetto registrato. Il purosangue fusempre considerato come animale sportivo, ma in quegli anni si sviluppò lo studio relativo alle sue dinastie, alle statistiche che lo riguardavano ed infine alla tipologia, cioè l’analisi dei caratteri e dell’attitudine dei galoppatori migliori.
Nel 1690 vennero corse le “Oaks”, dal nome della tenuta del Conte Derbe Derby ad Epsom, prova per puledre di tre anni sul miglio, e l’anno successivo il “Derby”, prova similare per maschi e femmine insieme.

Altra importante acquisto fu quello di Darley Arabian, che avvenne durante il regno della Regina Anna (1702-1714). Nel 1710 fu disputata , grazie alla sua passione per lo sport, la prima Gold Cup ad Ascot sulla distanza di 6400 m. per cavalli di sei anni.
Il terzo basilare acquisto avvenne sotto Giorgio II, che arricchì il parco stalloni con Scham, più conosciuto come Godolphin Arabian, purosangue di origine berbera.

Una considerazione da fare è che tutti i cavalli del primo Stud-Book provengono in linea diretta agli stalloni fondatori: Darley Arabian nacque nel Nedjd, altopiano dell’Arabia centrale, dalla stirpe Muniqua; Sir Thomas Darley, console inglese ad Aleppo, se lo aggiudicò offrendo incambio un fucile e lo inviò nello Yorkshire, all’età di tre anni. Fu il primo ad essere iscritto nello Stud Book; tra i suoi discendenti ricordiamo Flying Childers e Marske, da cui nacque il famoso Eclipse
Godolphin Arabian nacque nel 1724; era un cavallo berbero con caratteristiche
inconsuete.

Venne importato in Francia nel 1729, ed in Inghilterra nel 1731. Alcuni suoi discendenti sono Lath, Regolus, Blank e Matchem.
Beyrley Turk , di cui si ignora l’anno di nascita, è il più vecchio degli stalloni fondatori: fu catturato nel 1686 sotto le mura di Vienna dal Capitano Beyrley che lo sottrasse ad un turco
assediante; generò 600 vincitori, tra cui Jigg, padre di Partner, da cui Tartar, che genera il famoso Herod.
Alcock Arabian è il quarto di questi importanti stalloni, ma non ha lasciato discendenza in linea maschile..
Nel 1727 John Cheny pubblicò il primo Racing Calendar, che conteneva tutti i risultati delle corse di quell’anno; nel 1752 viene fondato il Jockey Club e nel 1793 mister Weatherby rese pubblico il primo volume del registro genealogico dei cavalli purosangue, contenente circa 200 nomi tra stalloni e fattrici, che hanno dato figli vincitori, cercando di fare risalire la genealogia, per quanto fosse possibile, al passato.
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