La dinastia dei Baldi

Sezione dedicata alle corse al trotto in Italia

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La dinastia dei Baldi

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Ogni tanto qualcuno mi chiede notizie sulle parentele della famiglia Baldi ed allora ecco qui l'albero genealogico aggiornato al 1977
Anagraficamente parlando l'origine dei Baldi é a Tizzana, una frazione del Comune di Quarrata in provincia di Pistoia.
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Re: La dinastia dei Baldi

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RITORNA VIVALDO PATRIARCA DEI BALDI
WILLIAM Casoli, grande driver al cospetto di Dio e degli uomini, mi ha consigliato: "Non dica mai che siamo vecchi. Dica ' siamo in età' ". Poiché sono in età, domenica prossima andrò al trotter di San Siro: ufficialmente per assistere al Gran Criterium, classica sul miglio per due anni: segretamente per applaudire Vivaldo Baldi, che di anni ne conta settantadue, che salirà in sulky ad Urcan dei Fab. I Baldi: la dinastia dei Baldi! La loro tabella genealogica, che parte da Odoardo, il fondatore, rafforzata dal fratello Oreste e allargata dai figli di Oreste: Fulvio, Marcello, Caruso. Ho assistito alla carica dei Baldi, apprezzati e temuti, quando i Baldi detentori della licenza per allenare o guidare in pista erano quattordici: e il bravissimo collega e telecronista-principe Alberto Giubilo, che mi onora della sua amicizia, si augurava che non avessero mai a correre tutti insieme. Credo che solamente Giorgio Martinelli, giornalista di alta scuola, conosca compiutamente la disposizione della dinastia. Vivaldo, soprannominato "Decione" e figlio di Donatello detto Omero e soprannominato Cincerina. (A proposito esiste in famiglia, un autentico Omero, fratello di Donatello-Omero-Cincerina ma costui venne chiamato "Succhio"). Il Vivaldo, per cui mi spellerò le mani domenica, per intenderci Vivaldo-Decione, figliolo di Cincerina, l' ho conosciuto rotto a tutte le astuzie del mestiere, assoluto signore di Birbone, tremendo in scuderia e obbediente, ligio ai suoi ordini: e poi interprete magistrale di campioni di eccezionale classe quali Crevalcore (il rivale di Tornese) e Delfo. I pomeriggi e le sere in cui Agrio, condotto da Cincerina, spalancava la strada a Birbone, che Vivaldo fiondava, sono indimenticabili. E il tandem con Crevalcore? A Quarrata (provincia di Pistoia) hanno dedicato una strada a Crevalcore, che deriva il suo nome da un paesino emiliano. Crevalcore a Quarrata! Sì, per onorare Vivaldo, che in quella via ci abita. Sulla porta del box, andrò a salutare, domenica, Vivaldo, che reca sul volto, come certi capitani di ventura, il segno di una ferita (ragazzo di sedici anni, la stanga di un sulky, che filava in direzione opposta alla sua, gli aveva trapassato il viso - questo successe all'ippodromo di Prato ndr). Avrei voluto che Gian Carlo Baldi detto "Tamberino" e il figlio di Gian Carlo, Lorenzo, fossero della partita. Così non sarà. Ho chiesto di Vivaldo. Mi hanno risposto: "E' sempre elegante e magro, come un giovanotto: e saldo come le mura".

di MARIO FOSSATI
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Re: La dinastia dei Baldi

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LUCKY E IL MARCHESINO
Modellare, fare di un puledro un campione, è un' arma raffinata, sottile. Per questo, tradizione familiare ed ippica, nel Trotto, si sommano. Il Galoppo viene spesso osteggiato dal peso. Il fantino, che ha la statura di un ragazzo, a volte, mette al mondo un figliolo, che naturalmente cresce. Il Galoppo non è fatto per i Marcantonio o i Ganimede. E' vero, la carriera di allenatore (del Galoppo) si apre pure davanti al fantino sceso di sella, i Regoli, i Pandolfi lo provano. Capita, però, spesso nel Galoppo, che la discendenza del celebre jockey, disgustata dalla dispotica bilancia, si disperda: e che la dinastia, proprio per volgari questioni di peso, si interrompa. Fantino, non bisogna scordarlo, vuole dire anzitutto fantolino: Federico Tesio riassumeva il risultato di considerazioni e osservazioni in un aforisma: Fantino è colui che per mangiare soffre la fame. Il Trotto ignora questa legge del peso, validissima, essenziale, invece, nel mondo del Galoppo, dove l' indiscusso tiranno, il purosangue, deve venire disturbato il meno possibile da un uomo che, gravandogli sulla groppa, gli ostacola l' azione. Nel Trotto, invece, di ...leggero, non c' è che il sulky. Nello Branchini, un patriarca e un caposcuola, era solito dire che i vincoli che legano il Trotto alla buona tavola (e alle belle donne) sono indistruttibili, viscerali. Constatata la diversità fra Galoppo e Trotto, fra drivers (Trotto) e fantini (Galoppo) torniamo al caso nostro, ai Baldi (Trotto), appunto: e alla loro inesauribile dinastia. Ci fu un' epoca, in cui ventiquattro Baldi, discendenti da Odoardo Baldi, il fondatore, erano muniti di licenza di allenare e di condurre in corsa. Quando una loro rappresentanza approdava a San Siro, risalendo dalla Toscana, noi milanesi fremevamo con gli occhi lucidi davanti alla gran carica. Io adoravo la B.B.C. (Baroncini, Brighenti, Casoli) e temevo i Baldi da Tizzana, che, toscanamente, alla maniera di Cellini, i colpi non se li davano a patti. I Baldi erano divisi da rivalità fierissime. Né basta: erano orgogliosi del loro nome. Credo di averli veduti tutti o quasi all' opera. Scelgo fra le pieghe della genealogia. Donatello detto Omero, soprannominato Cincerina (che significa piccolo tizzone nero) padre di Vivaldo soprannominato Decione. Sono incisi nella mia retina. Vivaldo (Decione) Baldi in sediolo a Birbone, cavallo pazzo, di alta classe: e Donatello (Cincerina) Baldi con Agrio, che di Birbone era il gregario. La commedia di Cincerina Birbone vinceva sempre. Pur di spalancare la strada a Birbone e a suo figlio, Cincerina apriva, con Agrio, di galoppo breve, volontariamente rompeva. Erano pezzi di bravura, degni della commedia dell' arte. Cincerina fingeva di non farcela a contenere con le braccia, che aveva validissime, la rottura di quello scriteriato, che, scarrierando, aveva intanto spianato un varco nella torma, subito occupato dall' irresistibile Birbone. Anche Cincerina, per la verità, aveva avuto un partner: il fratello Benvenuto detto Polvere. Di Benvenuto ho una remota memoria. Era un' erma di ossi. Era capace di saltare dal sulky sulla schiena di Napoleone (a cui s' era rotta una redine), e di infilare due dita, pilotando il cavallo, in arcione, fino sul palo d' arrivo. (Napoleone venne tolto dalla classifica perché il regolamento non ammetteva un simile poco ortodosso stile di guida). Di Odoardo Baldi, figlio di Omero (Succhio) impressionava l' eleganza. Un' eleganza da dandy, per un toscano tosto, che gli valse il titolo di il marchesino. Fra i suoi clienti, leggi proprietari, a Napoli, nell' immediato dopoguerra il marchesino ebbe un tipo non molto liliale, tale Lucky Luciano. Ebbene con il marchesino il terribile Lucky non tradì né impose mai uno sgarro: si rimetteva completamente all' opinione del suo driver, fuori da ogni gioco del diavolo. Una pecorella, mi ha raccontato un benevolo uomo di scuderia, che il marchesino aveva riportato nel gregge. Sembra che Lucky pagasse le percentuali dovute al driver per la vittoria e il piazzamento, indicando all' interessato (nel caso il marchesino) una valigia verde di dollari. Si accostasse, dunque, il driver e prendesse il dovuto. L' indiscrezione mi è stata fatta da Giorgio Martinelli, storico e autentico scrittore di equestri vicende. La dinastia dei Baldi comprende due amazzoni: Alda, figlia di Gabriele e Laura, il più fresco virgulto. Anni fa, in un pomeriggio di inverno, Gian Carlo Baldi, figlio di Gabriele, soprannominato Tamberino (da Tamberi, guidatore leggendario dell' epoca eroica) mi parlava nella sua casa di Bologna: nel salotto buono di una villa in cui l' ippica era rappresentata da una visione pittorica di Barbablù, indimenticabile trottatore, inquadrato alla maniera antica come un superstite di tante battaglie. I cavalli più matti Noi Baldi, spiegava, siamo fatti così. A ott' anni, a Prato, ero in sediolo con il cugino Marcello, poi da uno zio all' altro: Alfredo, Omero, Benvenuto. Da Firenze a Milano, conducevo non soltanto in corsa ma anche alla mano, da scozzone, i cavalli ribelli. Per scozzonare me, passano al setaccio la malavita a quattro gambe. Mi passavano i cavalli più riottosi e matti. Un nome? Stukas che una sera fugge, caracolla per le vie di Milano, finendo a scivolo sui binari del tranvai e, per completare l' opera, sale sul tetto di un' automobile in sosta. Il proprietario della macchina, un milanesone, ride. Disse che era il più bel monumento equestre che gli fosse stato dato di vedere. Gian Carlo: molti anni spesi a lavorare con accanimento, a penetrare nel segreto dei cavalli. Hurst Hanover, Barbablù, Cabral, Desson, il vincitore di Nuova York, di Dinslaken, di Dagfling e l' indimenticabile Timothy T; il falco nero. Timothy T. era un' equazione. Gian Carlo la risolse. Due fratture ridotte all' anteriore e al posteriore destro, Timothy, velocità di punta sei secondi per cento metri, reagisce alle ingiurie della natura e delle piste, che mutano gli equilibri di un grande trottatore. Timothy si appiattisce come un serpente sulla rena e sopra vi scivola vertiginosamente. E' il capolavoro di Gian Carlo, questo incredibile Timothy. Ma, ne sono certo, Gian Carlo è convinto che il suo capolavoro sia il figliolo, Lorenzo. A Lorenzo, Gian Carlo ha consegnato l' ultima gemma, succedutagli in scuderia, Indro Park, un crak, oggi giovane stallone. Dovrei trascrivere un elenco di vittorie per assicurare che Lorenzo ha la classe e la cifra di Gian Carlo e della dinastia dei Baldi. Preferisco rifarmi ad un' immagine. Il Trotto e il Galoppo, del resto, mi hanno insegnato che ogni intuizione ha una sua precisa importaza. Scuderie del Trotto, a San Siro. Un cavallo atletico ma dalle divine proporzioni: Indro Park. Un raggio di sole attraverso il box. Indro Park ruba gli occhi. Ombre trasparenti gli tolgono spessore: affondano nel pettine del costato: gli sfiorano reni, lombi e stinchi. L' artiere sposta un poco il puledro e allora una striscia di sole gli corre la schiena, gli orla le orecchie. Gian Carlo Baldi accosta il figliolo. Gli fa: Dammi una definizione di questo bello. E Lorenzo: Un non so che di molto per bene equino. Ho fiducia. A fine di quell' annata, Indro Park era, fra i due anni, il cavallo dell' anno. La dinastia dei Baldi evidentemente continua.

di MARIO FOSSATI
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Re: La dinastia dei Baldi

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E' scomparso ad 84 anni il più famoso driver di una lunga dinastia. Ha vinto più di 5000 corse
L'ippica ha perso il «Re» Vivaldo Baldi

L' ippica e l'ippodromo di Montecatini hanno perduto l'ultimo re.
All'età di 84 anni è morto Vivaldo Baldi, una delle leggende del trotto italiano e uno dei più grandi personaggi degli ippodromi italiani. La carriera di Vivaldo, il più famoso della lunga dinastia dei Baldi e figlio di Omero detto «Cincerina», è stata lunghissima.
Il primo successo importante arrivò con Scrivia nel '42 nel premio Toscana, l'ultimo gran premio è del 1987 con Eliano nel Due Mari a Taranto. In mezzo anche un incidente in allenamento in cui rischiò la vita e che incise per sempre sul suo volto segnato da una profonda cicatrice.
In carriera Vivaldo ha superato quota cinquemila vittorie. Tanti i cavalli passati nella sua scuderia. Fra i più noti Birbone, Checco Pra, The Last Hurrah, e più di recente Enriquillo, Fedone, Eliano. Per un certo periodo ha avuto in allenamento anche Delfo, il grande ribelle. Con le sue mani magiche il campione indigeno seppe vincere il Campionato Europeo.
Vivaldo Baldi in corsa era astuto come pochi e sapeva guidare al millimetro. Faceva spettacolo anche quando perdeva. Una volta con Crevalcore tentò l'International Trot a New York, quello che veniva considerato il campionato del mondo. Crevalcore sbagliò in partenza e perse parecchi metri, però incitato da Vivaldo fu autore di un recupero eccezionale. Arrivò secondo a pochi centimetri dal franco-olandese Hairos II che avrebbe dovuto essere squalificato per andatura irregolare negli ultimi metri. Gli appluasi degli americani furuno tutti per lui.
La corsa cui Vivaldo ha legato maggiormente il suo nome è stata quella più famosa del nostro trotto, il Lotteria di Napoli. «Diecione» l'ha vinta cinque volte: con Birbone ha siglato le edizioni del '52, '53 e '55. La prima vittoria fu memorabile, dietro a Vivaldo giunse secondo suo padre Omero con Agrio. Spesso, infatti, padre e figlio correvano insieme, nella stessa corsa aiutandosi tatticamente e per gli avversari non c'era storia. tanto che il driver russo Finn, uno dei più forti dell'epoca diceva: «Un Baldi si può anche battere, due no». Poi altra doppietta nel '78 e nel '79 con l'americano The Last Hurrah. Dopo ogni successo memorabili le cene dal ristorante «Zi Teresa» di Napoli con tutti i sostenitori che arrivavano appositamente dalla Toscana per seguirlo e per applaudirlo.
Altra corsa cara a Diecione il Campionato Europeo a Cesena, vinto per ben sei volte, due con The Last Hurrah e Birbone e una con Delfo e Crevalcore.
Nella corsa di casa - il gran premio Città di Montecatini - ha trionfato per ben sette volte. Nel suo palmares anche il titolo di campione italiano guidatori e tanti successi nei gran premi italiani.
Crevalcore è stato forse l'allievo a cui era più legato. Il «moro» era un cavallo di talento ma anche bizzoso e imprevedibile. Solo Vivaldo sapeva frenarne gli ardori e graduarne l'enorme potenza.
Di The Last Hurrah diceva invece che «sapeva leggere e scrivere. Faceva tutto lui, io avrei potuto soltanto sbagliare e buttare al vento la vittoria». Ma con Vivaldo in pista questo non succedeva quasi mai.
Vivaldo Baldi non poteva vivere lontano dalle scuderie, dai cavalli, dagli ippodromi. Tanto che lo scorso anno aveva voluto rinnovare ancora una volta la licenza nonostante i suoi 83 anni. «Per adesso mi mantengo in forma con passeggiate in bicicletta in Versilia - aveva detto appena lo scorso gennaio - ma a primavera tornerò a correre. Ho voglia di provare ancora quell'emozione di stare in sediolo a un cavallo. I cavalli sono stati sempre la mia vita e ancora adesso non riesco a rinunciare a questo meraviglioso sport».
Invece se n'è andato per sempre, lasciando un vuoto incolmabile tra i tanti appassionati di questo sport. Lo aveva preceduto Nello Bellei, un altro dei miti del Sesana, con il quale aveva effettuato infinite e spettacolari sfide.
Un'altra rivalità memorabile era quella tra Vivaldo e Brighenti, come Coppi-Bartali. Una rivalità quest'ultima legata ai rispettivi cavalli: Tornese, il «biondo» e Crevalcore il «moro». La rivalità con Brighenti era paragonabile a quella fra Coppi e Bartali. Fra Diecione e il «Pilota» c'era comunque grande rispetto. Tanti anni dopo il proprietario di Delfo, tolse il celebre cavallo a Brighenti per affidarlo a Vivaldo. Quando arrivò in scuderia disse: «Ma io che c'entro con Delfo? Questo è suo», riferendosi a Brighenti. Poi comunque riuscì ad addolcirne il carattere e a trionfare nel Campionato Europeo a Cesena. .

Luca Lubrani marzo 2008
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Re: La dinastia dei Baldi

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Si è svolta oggi mercoledì 30 gennaio all’Ippodromo del Visarno a Firenze una giornata dedicata alla memoria del quarratino Omero (Donatello) Baldi, meglio conosciuto nel mondo dell’ippica con il soprannome di “Cincerina”.
Omero è stato uno dei più abili uomini di cavalli del trotto italiano nel periodo tra gli anni '20 e la fine degli anni ’60.
Era il capostipite di una dinastia di guidatori che si è poi tramandata di generazione in generazione con una costante sempre ad alto livello.
Partita dalla frazione di Casini la dinastia dei Baldi ha contato su cinque fratelli come capostipiti di una genealogia regale con “rami” estesi oltre che in Toscana anche in Emilia e nel Lazio.
Omero era un allevatore ma anche un allenatore di notevole talento che in quegli anni aveva conseguito sulle piste di mezza Italia imprese straordinarie alla guida di “quel gran cavallo di sua proprietà che era Agrio”. Dei suoi cavalli (tra questi ricordiamo anche Alex e Gallo d’Oro) sapeva intuirne profondamente le potenzialità
Antonio Berti, vate dell'ippica toscana, ne ha tracciato un interessante profilo che ben volentieri pubblichiamo anche perché “Cincerina” era- come detto - originario della frazione di Casini e la famiglia Baldi (i fratelli Italo, Benvenuto, Alfredo, Omero Jr e Gino) , i figli di Omero (Vivaldo e Spartaco) e i nipoti (Giancarlo, Alessandro e Roberto Gradi) hanno fatto “da scuola in tutta Italia”.

“Il ricordo di quello che, certamente, è stato uno dei più abili uomini di cavalli del nostro trotto nel periodo che va dagli anni ‘20 fino alla morte avvenuta nel 1969. Omero era bravo sia sul sulky che nella preparazione e possedeva delle grandi capacità di talent scout, dotato, come era, di un incredibile intuito quando si trattava di scegliere il cavallo giusto, in particolare fra i puledri, e raramente sbagliava.
Ma quando sbagliava sapeva come rimediare. E Omero, Donatello all’anagrafe, fu anche un grande maestro di guidatori perchè alla sua scuola si fermarono, oltre ai figli Vivaldo e Spartaco e ai nipoti Giancarlo, Alessandro e Roberto Gradi, anche driver non della famiglia, ma esterni come Nello Belli, Orlando Orlandi e Sergio Orlandi e l’idimenticabile Filippo Bresci, soprannominato "l’indiano" oltre ai napoletani Di Vicenzo e Di Renzo, uomini di cavalli che fecero tutti tesoro dei suoi insegnamenti.
Ma tanti gli chiedevano come vestire un cavallo, come ferrarlo o come guidarlo in corsa e lui un consiglio non lo negava mai a nessuno. Raccontava Orlando Orlandi, sempre in "lite" sportiva con il coetaneo Vivaldo, ma rispettosissimo del vecchio maestro, diceva, Orlando Orlandi, appunto, che a Omero bastava guardare come un giovane montava in sulky e come teneva le guide per capire al volo se quel giovane era tagliato per quel mestiere o era meglio che smettesse.
E in proposito c’è un episodio raccontatoci da Nello Bellei, un episodio che conferma quando ci disse Orlando Orlandi. Era il 1957 e il soggetto di punta dei Baldi in quel momento era Checco Prà con il quale Vivaldo aveva vinto già tanti grandi premi.
In quei giorni c’era da correre il Ghirlandina a Modena, così si chiamava allora l’attuale Renzo Orlandi, e Vivaldo non stava bene e quindi era indisponibile. Così Omero andò dall’allora giovanissimo Nello Bellei, che era seconda guida di Vivaldo e, senza mezzi termini, gli disse che avrebbe guidato lui Checco nel Ghirlandina e, parlando sottovoce, con il suo linguaggio colorito, aggiunse: < Guarda te hai le mani e la testa, il cavallo (Checco) te lo do io, vai in corsa e non ti provare a perdere!> Bellei fu lusingato e preoccupato allo stesso tempo, ma andò in corsa e vinse e Nello è stato poi per anni il campione che tutti ricordano.
Nato nel 1897 in quel grande "allevamento" di guidatori che furoni i Casini di Tizzana, Comune di Quarrata, in provincia di Pistoia, "Cincerina", questo il soprannome con cui era conosciuto in tutta l’Italia del trotto, insieme ai fratelli Italo, Benvenuto, padre di Gabriele, Alfredo, padre di Claudio, Omero Jr., padre di Odoardo ed Ubaldo, e Gino, padre di Giancarlo, si mise in grande luce sulle piste italiane negli anni 30 - 40 conquistando traguardi di rilievo con soggetti pagati , come si dice, una girata di cappello e da lui portati ai vertici nazionali.
Intorno a lui, come capita per i personaggi da leggenda, gli episodi da ricordare non mancano proprio. Senza citare il nome degli "attori"in questione, sia uomini che cavalli, Cincerina, in quei tempi lontani, come spesso gli capitava, dal nulla, si era inventato un cavallo che fra Roma, Milano e Bologna non si stancava di vincere.
Così un proprietario in vista ed un guidatore di grido, andarono da Omero e gli chiesero di acquistarlo.
Il prezzo fu concordato, l’affare fu fatto ed il cavallo passò ai nuovi colori ed al nuovo driver che, ripetiamo, era uno dei migliori. Un disastro.
I nostri tornarono allora dal "venditore" per chiedere spiegazioni. Omero riprese questo cavallo per un pò di tempo e ricominciò a vincere. Tornato nuovamente agli "acquirenti" il cavallo, però, andò ancora in bianco.
Allora questi si fecero nuovamente vivi da Omero e, anche un pò seccati, temendo la fregatura, chiesero spiegazioni e lui, candido come un fanciullo, disse loro: < Scusate io e v’ho venduto i’cavallo, mica le mani.....> e da quel momento, pur con i nuovi colori, il cavallo rimase a Cincerina. E
gli episodi curiosi sarebbero tanti da raccontare. Una volta a Firenze, in un Gran Premio, probabilmente il Premio d’Autunno 1952, correvano Birbone con Vivaldo ed Agrio con Cincerina. Agrio era in testa e Birbone secondo, quando, improvvisamente, Agrio si mise di galoppo. Il "Nostro", oltretutto squalificato, avrebbe dovuto farsi da parte, invece Agrio di aperto galoppo tirò la corsa a Birbone per oltre un giro, poi, finalmente Agrio si fece da parte. Chiamato dalla Giuria che chiedeva spiegazioni, Omero rispose così: < E l’ha ragione, sor presidente, e un mi riusciva di fermarlo!>.
Naturalmente, visto che Omero sarebbe stato capace di far trottare anche un mulo, la Giuria non credette a una parola di quello che gli raccontò Cincerina e lo mise a piedi, ma Birbone aveva vinto.
Grande uomo di cavalli, grande preparatore e grande driver, come sostiene ancora oggi Giancarlo Baldi, ma con scarso feeling per gli uomini della torretta tanto che nel 1956, a Villa Glori, ne cambinò un’altra delle sue, ci fu uno scambio di......idee molto caldo e il risultato fu che gli fu tolta la licenza di guida.
Omero, ormai, aveva scommesso tutto sul figlio Vivaldo e fu una scommessa vincente. Ma il suo ruolo di preparatore e di scopritore di talenti lo continuò ad esercitare fino agli ultimi giorni della sua vita portando in casa Baldi sempre soggetti di primo piano come, fra gli altri, ricordiamo Comacino, Checco Prà e, primo fra tutti, Crevalcore. E continuò, anche se indirettamente, il suo "dialogo" con le Giurie. Lo ricordiamo una sera dell’estate ‘69 a Montecatini.
Nel centrale della serata correva Nu Hill con Vivaldo, ennesima scoperta del Comm. Omero Baldi, che restava su una vittoria in 1.15 a San Siro nel Premio UNIRE. In partenza, però, Nu Hill sbagliò e fu subito squalificato. Omero, già malato, con la mazza e accompagnato dalla moglie Gina, andò nella stanzetta della Giuria e si sfogò, con la consueta energia, nei confronti del Presidente che quella sera era Zacconi. E probabilmente quella sera aveva ragione Omero per la squalifica apparve un pò precipitosa. Questo era l’indimenticabile Cincerina, un grande maestro di uomini e di cavalli di cui noi abbiamo una grande nostalgia perchè lui era un vero personaggio e nei nostri tempi, dove tutto è previsto e programmato, ci manca proprio la sua inesauribile fantasia. Una fantasia veramente doc".

Antonio Berti 30 gennaio 2013
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Re: La dinastia dei Baldi

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I Baldi: una dinastica unica al mondo
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Re: La dinastia dei Baldi

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Re: La dinastia dei Baldi

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Re: La dinastia dei Baldi

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Re: La dinastia dei Baldi

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da "Dalla parte del cavallo" di Giorgio Martinelli
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Re: La dinastia dei Baldi

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Odoardo Baldi, non è mai finita

A 85 anni il driver che allenò i cavalli di Lucky Luciano vince ancora: «E’ la mia vita»

— Odoardo Baldi lo scorso anno lo si era visto in pista, ovvero regolarmente partente, non più di 809 volte e ci si chiedeva se il grande fuoco della passione dei suoi 67 anni di carriera (sì, avete letto bene) si stesse pian piano spegnendo, come il ciclo della vita suggeriva.
Ma sabato Odoardo Baldi ha voluto concedersi un regalo speciale per i suoi 85 anni compiuti la domenica precedente: una vittoria a Tordivalle, la sua pista, una vittoria alla grande con Bodrero che lui ha allevato, allena ed è figlio di Larry Ve, l’ultimo suo cavallo davvero importante. Un successo per distacco come nelle stagioni di Saint Claire, di Olivari, di Agaunar, come se il tempo gli fosse scivolato addosso innocuo, quasi ammansito.
Non vinceva dal 26 aprile 2004, sempre a Roma, quando con Erba era andato a coprire un vuoto di quasi 10 mesi, visto che il precedente successo risaliva al 29 giugno 2003. Sempre con Bodrero.
Così passano travolgenti gli anni, ma lui con i capelli grigi pettinati all’indietro come un gaucho, la schiena dritta dritta e quell’antica nobiltà di modi e di linguaggio resta l’Odoardo di sempre e la pista gli dà ragione. Odoardo, cosa è per lei una vittoria a 85 anni?
«Un’emozione molto forte. Anche se queste, in fondo, sono corsette. Mi dà la forza di continuare. Di continuare a pensare che ho ragione a restare in pista, a provarci ancora contro i ragazzini».
Ma 85 anni non sono troppi per guidare?
«Non lo so. Mi chiedo soltanto se sono a posto, adeguato a essere un professionista vero. Dopo, se la risposta che mi do è affermativa, dico che senza cavalli e senza corse non saprei che fare. Morirei».
Lavora ancora per avere un cavallo importante, magari da gran premio?
«Nella mia testa il progetto esiste sempre. Si fa questo mestiere per creare qualcosa che vada forte e gli anni non ti portano via questa speranza. Poi c’è la realtà. Io ho 10 cavalli da corsa all’Olgiata e solo 3 fattrici delle 20 che avevo. Odoardo Baldi è rimasto lo stesso. Sono i tempi a essere cambiati».
Quanto e come è mutato il trotto rispetto ai suoi anni d’oro?
«Troppi cavalli, troppi guidatori e pochi veri proprietari. Basta guardare gli iscritti a una corsa e vedere che si arriva a 2.480 per comprendere come tutto si sia dilatato a dismisura. Un giorno, anni fa, il dott. Mei, direttore di Villa Glori, mi chiamò e mi disse “guardì qua, 100 cavalli: sono troppi”. E pensare che si correva 4 volte la settimana».
Alla fine degli Anni Cinquanta ebbe fra i suoi proprietari Lucky Luciano. Che ne pensa di quell’uomo che fu un famoso boss di «Cosa nostra» e di quel periodo?
«Una sera vedendomi correre e vincere tre corse a Napoli mi affidò alcuni cavalli. Fu un rapporto professionale molto corretto, con una persona squisita. Quanto aveva fatto negli Stati Uniti non lo conosco e perciò non ho mai giudicato».
Quattro figli di cui due maschi e solo uno ha fatto per un breve periodo il driver.
«Sì, Gabrio. Ma non ha avuto la passione di proseguire e non gli faccio una colpa».
Il cavallo che più ricorda e il più grande rimpianto?
«Agaunar. Una cavalla straordinaria per classe e continuità. Per il resto potevo diventare il driver di Mangelli: Vincenzo Antonellini venne a offrirmi un contratto e io dopo 8 giorni di ripensamento dissidi no. Che errore! E magari anche quello di vendere alla Lazio il terreno di Formello, dove avevo il centro di allenamento».
Sandro Cepparulo

«Senza il trotto lui morirebbe»
La signora Felicina è moglie di Odoardo e anche la sorella di Giancarlo Baldi. I cavalli, il trotto, le piste fanno parte della sua vita da sempre. E ha 80 anni. Di quanto sta ancora nelle mani antiche del marito è felice. «Lui senza trotto non esiste. Lo vedo con i miei occhi e me lo ripete sempre. L’ho portato a fare tutti gli esami richiesti per ottenere anche quest’anno la licenza di guida. Tutto perfetto, non un valore fuori posto, non un test superato con affanno. Verrà anche il momento di lasciare, ma non è ancora questo». Sospira. «E poi i cavalli sono uno dei grandi fascini della vita. Ti cercano, ti corrono incontro, chiedono come fanno i bambini. Ovviamente alla loro maniera. Basta capire. E io, dopo una vita, credo di riuscire a farlo». Allora anche per la signora Felicina Odoardo non deve smettere? «La sua vita è questa. Privarlo sarebbe molto triste».
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Odoardo Baldi driver del trotto vince a 86 anni

Sono passate da pochi minuti le ore 15 a Tor di Valle in un ippodromo flagellato dal maltempo, ma lui Odoardo Baldi, 86 primavere suonate sulle spalle, non si è perso d’animo in sulky al 9 anni Bodrero, favorito del premio Silva Om sul miglio. Il decano dei nostri driver, infatti, si è imposto da gran signore. Del resto la tempra d’acciaio l’ha sempre dimostrata: negli anni Cinquanta guidò anche i cavalli del gangster Lucky Luciano. Adesso, nonostante sia nato il 12 febbraio 1921, non ha nessuna intenzione di ritirarsi e ogni anno rinnova la licenza di guida superando brillantemente anche la rituale visita medica che ne certifica la perfetta forma fisica. Nato a Quarrata, in provincia di Pistoia, Odoardo Baldi ha guidato in passato tanti buoni cavalli, ma è diventato famoso per aver creato la bionda Agaunar, probabilmente la più forte femmina espressa dall’allevamento italiano del trotto. Odoardo è cugino di Vivaldo e Giancarlo, altri due driver estremamente longevi ancora in attività.

da Il Giornale 20.3.2007
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Vivaldo Baldi, "Diecione" tra i più grandi driver della storia dell’Ippica

Vivaldo nasce a Casini di Quarrata nel 1924 (allora comune di Tizzana Provincia di Firenze), figlio d’arte in quanto il padre Omero fu un valido driver insieme alla dinastia Baldi, composta da diverse generazioni con Ubaldo, Odoardo, Giancarlo, Gabriele ecc. e circa una trentina di personaggi del mondo dell’ippica.

“Diecione”, così era soprannominato Vivaldo per i 10 centesimi di lire che chiedeva al nonno Donatello quando da ragazzo accudiva i cavalli nella sua scuderia. Egli ebbe una carriera dai numeri stratosferici, avendo vinto circa 3500 corse di prestigio come le 5 edizioni della Lotteria di Agnano, 7 Gran premi Città di Montecatini e 6 Campionati d’Europa al Savio di Cesena.

Nella sua scuderia sono passati fior di cavalli come Birbone, Checco Pra, Crevalcore (Casini gli ha intitolato una strada), The Last Hurrah, Delfo, ecc. Birbone rappresentò il suo biglietto da visita per farsi conoscere nell’ippica che contava.

Carriera lunghissima la sua iniziata con un successo importante con Scrivia nel Premio Toscana e terminato nel 1987 con Eliano nei Due Mari a Taranto. Poche settimane prima di lasciarci (2008) aveva rinnovato la licenza di guidatore perché, a solo 87 anni, non intendeva mollare questa disciplina sportiva che tanto gli aveva dato.

di Giovanni Torre 6.3.2016
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Ubaldino stirpe Baldi Cavalli e pista a 78 anni

Scendere in pista a 78 anni, d' inverno e per una corsa come tante, sembrerebbe più una follia che una sfida. Ma se a farlo è Ubaldo Baldi non sorprende. In fondo suo fratello Odoardo si esibisce a 81 e il cugino Vivaldo a 77. Si dirà: sono i Baldi, ovvero l' erba del trotto d' Italia che, germoglio dopo germoglio, ha occupato e occupa metà di questo mestiere fatto di mani buone, di fatica, di intuizioni, di alzate all' alba, di chiacchiere e, a volte, di premiazioni. E sul podio di un gran premio, Ubaldino, come lo chiamano ancora, ci è andato 21 volte in vita sua: Città di Napoli, Città di Padova, Cupolone, Mediterraneo, Dante Alighieri, Presidente della Repubblica, Società Terme, Freccia d' Europa. Tanto davvero e spesso con i cavalli «costruiti» con le braccia, il lavoro e la pazienza come Galdiolo, Cerway e Hibou. O altri acquistati per vincere il meglio che c' era: Salemi fatto di ferro e l' incompiuto Zigoni per primi. Fino all' ultimo acuto, un americano pagato solo 20 mila dollari che si chiamava Quick Hollandia e con il quale Ubaldino, non più di 15 anni orsono, si tolse qualche dente che gli doleva ancora. Una carriera da 4.500 vittorie iniziata quattordicenne quando il padre Omero guidava ancora e, un paio d' anni dopo, dovette rinunciare alla licenza perché nel frattempo sia Odoardo sia Ubaldo si erano «laureati» e il regolamento d' allora non ammetteva che in una stessa famiglia i driver fossero più di due. Una carriera che lo vide a Milano con Romolo Ossani quando per andare in trasferta c' era solo il treno. Quando c' era. E Ubaldino ricorda le notti nella camera vicino al fienile, il cinema in Piazzale Loreto e i pasti del tempo di guerra, quando i cavalli mangiavano meglio degli uomini. E poi su, pian piano, con qualche proprietario ambizioso, sino al sodalizio con Fabio Jegher per il bianco-turchese della «Capricorno» e un solo obiettivo: il Derby. Che per una ragione o l' altra non venne mai. Ora ha 5 cavalli a Firenze - in quell' ippodromo a cui gli anni pesano più che a Ubaldino, che è le Mulina - il terreno e le case a Quarrata. «In pensione non mi ci vedo. Alla mattina vado in scuderia e la giornata passa. Ogni tanto una corsa e anche l' anno scorso ne ho vinta qualcuna. Credo a Follonica, d' estate. Un tempo se un cavallo mi sbagliava in corsa ci passavo metà notte a pensarci sopra e ora mi dico che non ne vale la pena. E' stato bello e lo è ancora, pur con tutti i limiti che gli anni ti buttano addosso. A volte penso quando ho vinto 2 volte la maratona di Trieste: 3128 metri, 4 giri di pista. Mi faccio i complimenti perché non ho mai fatto l' arrivo un giro prima come tanti altri».

Cepparulo Sandro
La Gazzetta dello Sport 26.2.2002
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Re: La dinastia dei Baldi

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Prima di chiudere la rassegna sulla dinastia dei Baldi vorrei ricordare un altro grande della famiglia, anche se meno famoso: Marcello Baldi, zio di Vivaldo.
Un Baldi atipico, meno sbruffone, meno caciarone, ma anch'esso un grande uomo di cavalli.
Essendo Vivaldo appiedato toccò a lui, e non fu semplice convincerlo, guidare a Cesena Crevalcore nell'Europeo del 1959.
La finale se la disputarono i due grandi rivali di sempre, vale a dire il "biondo" Tornese e il "nero" Crevalcore. Pubblico come al solito diviso nel tifo. Crevalcore sbagliò in partenza e perse non meno di 30m ma Marcello non si perse d'animo, si riavvicinò gradatamente al rivale per poi attaccarlo in retta e sopravanzarlo nei pressi del palo. Nonostante la rottura in partenza stabilì col tempo di 1.16.3 il nuovo record della corsa che era fino ad allora detenuto dal grande Muscletone, guidato da un altrettanto grande Alessandro Finn, che lo deteneva fin dal lontano 1935.
Un trionfo. :clap:
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Re: La dinastia dei Baldi

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Vivaldo Baldi
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Re: La dinastia dei Baldi

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Re: La dinastia dei Baldi

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Sergio Brighenti, "Cencio" Ossani e Vivaldo Baldi
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Re: La dinastia dei Baldi

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Odoardo Baldi "Il Marchesino"
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